Gallipoli

Cittadino onorario di Gallipoli. Nel castello l’abbraccio al maestro Barba

Suggestiva cerimonia per la cittadinanza onoraria ad Eugenio Barba fondatore dell'Odin Teatret. Il sindaco Errico "Orgoglio della nostra terra e modello per le nuove generazioni". E lui risponde con una lettera d'amore alla città: "Gallipoli è un'isola galleggiante dentro di me"

GALLIPOLI – L’abbraccio fraterno con l’illustre figlio della città bella nelle sale del castello di Gallipoli. Va in scena e si consuma la cerimonia per la consegna della cittadinanza  onoraria al maestro Eugenio  Barba fondatore dell’Odin Teatret. La comunità di Gallipoli rende omaggio al suo maestro, oltre ogni steccato. Con la cerimonia allestita nella degna cornice della sala ennagonale dell’antico maniero che ha suggellato l’attribuzione della cittadinanza onoraria formalizzata all’unanimità dall’assise comunale. Sul merito nessuna eccezione.

Un lungo e caloroso abbraccio, non solo ideale, quello tra Eugenio Barba e la sua terra di crescita. E lui, il grande maestro  risponde alla sua maniera. Schietta e drammaturgica. Con una lettera d’amore vergata e indirizzata alla città. “Gallipoli è un’isola galleggiante dentro di me” sembra quasi sussurrare nel pathos della sala che pende dalle sue parole.

E’ l’epilogo della cerimonia ufficiale con tanto di inni nazionali (scandinavo e italiano) che hanno aperto i battenti. Con il sindaco Francesco Errico a fare gli onori di casa e a tributare il saluto e l’omaggio della città. “Maestro lei è l’orgoglio della nostra terra e noi la consacriamo a modello ed esempio per le nuove generazioni” chiosa il primo cittadino. Al cospetto di Barba, una sala gremita di autorità e personalità autoctone, bramose di rendere calorosa l’accoglienza e di ascoltare il suo vibrante pensiero.

Prima del suo intervento e della sua “lettera d’amore” declamata alla città, si susseguono gli interventi dell’assessore regionale Loredana Capone e del presidente uscente della Provincia di Lecce, Antonio Gabellone, che rimarcano il ruolo di Eugenio Barba quale pioniere della cultura verace e portatrice di sviluppo e crescita sociale anche per il territorio salentino. Al presidente dell’assise comunale, Cosimo Giungato, il compito di leggere il corpo della delibera del conferimento della cittadinanza e di tributare l’omaggio dei consiglieri comunali.

La motivazione è presto, e letteralmente, detta: “per l’alto valore della sua incessante attività di eminente drammaturgo e regista teatrale, per le straordinarie qualità artistiche e professionali riconosciute e premiate ai più alti livelli internazionali e in considerazione del saldo e profondo legame con la terra dei suoi illustri avi..” e via dicendo. Oltre le parole, c’è tutto un significato intrinseco che si intuisce e si dipana. Al professor Federico Natali la dettagliata descrizione della figura umana, morale e artistica del divin maestro, volto fiero e scavato, cresciuto sullo scoglio gallipolino. L’invito del maestro all’amico Natali ad essere stringato, si perde nel corposo e minuzioso monologo. Lui, Eugenio Barba, il cittadino onorario di Gallipoli, ascolta, medita, scruta e rivolge sguardi impercettibili. E apprezza.

Dividendo gli onori con i suoi collaboratori e dispensando abbracci fraterni e commossi al termine di ogni intervento. Firma, per accettazione, la pergamena che incide la sua onorificenza e fa intonare brani musico-teatrali al suo gruppo in omaggio a cotanta accoglienza. Poi ecco la lettura della missiva d’amore per la città bella e il suo popolo. E la commozione squarcia il silenzio della sala ennagonale. “La mia Gallipoli non è qui, la mia Gallipoli non corrisponde alla solerte cittadina in cui ci troviamo” legge con cadenza drammaturgica Eugenio Barba, “la mia Gallipoli è fuori dai confini della geografia. Non è ancorata alle cronologie della storia. Non è una realtà. E’ un’isola galleggiante dentro di me. Nuota immutabile in un mare di ricordi travisati e sbiaditi. E’ un paese che ha vinto il tempo. Una città eterna. Un luogo sacro che mi ha fatto conoscere gli archetipi della vita. E’ la mia città quella da cui non mi sono mai separato da quando, appena quattordicenne la lascia, nel lontano 1954”.

Cala il sipario, brillano gli ultimi flash, si consegnano le card amici del castello, mentre le frasi e gli archetipi della vita incise nella lettera alla città di Barba rinsaldano il legame tra la cultura e la città bella, e dalle mille contraddizioni.   

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