Gallipoli Gallipoli

Omicidio Padovano, il neo "pentito" in aula: "Non mi lascio intimidire"

Si chiude con le parole di Giuseppe Barba l'udienza nell'aula bunker di Borgo San Nicola. Dichiarazioni in risposta all'incendio, con ogni probabilità doloso, che giovedì notte ha distrutto il furgone in uso al padre a Gallipoli

Un'immagine del processo

LECCE – “Voglio che tutti sappiano che non mi lascerò intimidire. Continuerò a collaborare con la Procura”. Si chiude con le parole di Giuseppe Barba l’udienza nell’aula bunker di Borgo San Nicola. Barba, uno degli imputati nel processo per l’omicidio di Salvatore Padovano, che di recente ha manifestato l'intenzione di collaborare con la giustizia, raggiunge, scortato dagli agenti, il banco dei testimoni per fare delle dichiarazioni spontanee. Una dichiarazione la sua che è una diretta risposta all’incendio, con ogni probabilità doloso, che giovedì notte ha distrutto il furgone in uso al padre, Mario Barba, 68enne, già titolare di una pescheria e ora in pensione. L'uomo, che è assistito dall'avvocato Paola Scialpi, di recente ha ricevuto anche una lettera minatoria, in cui le minacce sono state estese anche nei confronti di suoi congiunti. Nelle scorse settimane a essere minacciata (la sua auto è stata anche danneggiata) è stat la compagna di un altro degli imputati. Episodi che sono solo gli ultimi anelli di una catena di minacce e intimidazioni che negli ultimi anni ha stretto attorno a sé la “città bella”. Il 4 novembre 2009 una testa di maiale mozzata era stata legata al cancello di ferro di casa dell'anziana madre di Pompeo Rosario Padovano, accusato di aver ordinato l'omicidio del fratello, uno dei boss storici della Scu, Salvatore, detto “Nino Bomba”. Da quello spietato assassinio, avvenuto il 6 settembre del 2008 a Gallipoli, nei pressi della pescheria “Il paradiso del mare”, il capoluogo jonico ha visto scindersi ancora più i gruppi di potere segnando, forse irrimediabilmente, la caduta dell’impero criminale del clan Padovano.

Collegato in videoconferenza dalla località protetta in cui si trova, Carmelo Mendolia, collaboratore di giustizia ed esecutore materiale dell'omicidio (già condannato a 14 anni di reclusione in abbreviato) ha deposto dinanzi ai giudici della Corte d'Assise (presidente Roberto Tanisi, a latere Francesca Mariano e giudici popolari), fornendo nuovi dettagli sull'omicidio. Un delitto, ha spiegato, scaturito dai contrasti sorti tra i Padovano all'indomani della loro scarcerazione. In quest'ottica, secondo la ricostruzione accusatoria, sarebbe scaturita la volontà di Rosario Padovano, in qualità di mandante, di far uccidere Salvatore, alias "Nino bomba". "Rosario – ha detto Mendolia – mi contattò e mi disse di voler uccidere il fratello per odio e motivi personali. Lui, infatti, dopo essere uscito dal carcere pretendeva di comandare e dava fastidio a tutti”. Un omicidio studiato in ogni dettaglio, in circa venti giorni di permanenza del killer in riva allo Jonio. Possibili obiettivi designati, prima della pescheria, il lido Samsara, l’abitazione di “Nino bomba” e un ristorante, dove avrebbe dovuto presentare i suo libro.

Le indagini, coordinate dal sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Lecce, Elsa Valeria Mignone, hanno ricostruito scenari e moventi in cui l'omicidio avrebbe avuto origine.  Della Ducata gli avrebbe fornito ospitalità a Gallipoli, presso la propria abitazione, e gli avrebbe consegnato, pochi giorni dopo l'omicidio (a Casamassima, in provincia di Bari), una parte dei 10mila euro di compenso pattuito, pari a 6.770 euro. Pianoforte, cognato dei Padovano, avrebbe chiamato Salvatore fuori dalla pescheria di famiglia “dicendogli che una persona gli aveva tamponato la macchina”. In realtà, ad attenderlo vi era il sicario 43enne, che l'avrebbe freddato con quattro colpi sparati con una pistola “Beretta modello 83 F” calibro 9.

Mendolia, killer professionista per sua stessa ammissione, ha raccontato i particolari di un altro omicidio di mafia, quello di Carmine Greco, risalente al lontano 13 agosto 1990. Un delitto avvenuto nell'ambito della gestione del traffico di sostanze stupefacenti. Greco avrebbe "spacciato ingenti quantitativi di droga sul territorio di Gallipoli da "cane sciolto", senza rendere conto della sua attività all'organizzazione". Anche in questo caso Rosario Padovano sarebbe il mandante, Mendolia l'esecutore materiale. “Raggiunsi l’abitazione di Greco a bordo di una Fiat Uno– ha spiegato il collaboratore di giustizia con lucida e spietata freddezza–, con un ragazzo di cui non ricordo il nome. Dopo aver attirato la sua attenzione gli sparammo diversi colpi. Tutto avvenne in presenza della moglie e del figlio della vittima”. Prossima udienza l’otto marzo.

Si parla di

In Evidenza

Potrebbe interessarti

Omicidio Padovano, il neo "pentito" in aula: "Non mi lascio intimidire"

LeccePrima è in caricamento