Martedì, 27 Luglio 2021
S.M. Leuca

Omicidio Cera: chiesti in appello 27 anni di carcere per la moglie Enza Basile

Il sostituto procuratore generale Francesco Agostinacchio ha chiesto, nel processo d'appello, la conferma del verdetto emesso dai giudici della Corte d'Assise. Enza Basile avrebbe ucciso il marito con un solo colpo di pistola

LECCE – Ad uccidere Luigi Cera di Taurisano con un solo colpo sparato alla tempia a bruciapelo, in un tragico pomeriggio d’inizio estate (era il 15 giugno del 2004), fu la moglie Enza Basile. E’ questa la ricostruzione del sostituto procuratore generale Francesco Agostinacchio, che ha chiesto, nel processo d’appello, la conferma del verdetto emesso dai giudici della Corte d’Assise del Tribunale di Lecce (presidente Giacomo Conte, a latere Francesca Mariano), che hanno condannato la Basile a ventisette anni di reclusione. La sentenza è attesa per il prossimo il prossimo 3 dicembre, data in cui discuteranno l’avvocato difensore della donna, Silvio Caroli e il legale di parte civile, Roberto Bray.

Per l’accusa fu dunque omicidio e non suicidio come, seppur con versioni spesso contrastanti e al limite dell’inverosimile, la Basile ha sempre sostenuto. Secondo il pubblico ministero vi sarebbero elementi indiziari gravi, precisi e concordanti basati su dati certi e che dimostrerebbero che non solo non fu un suicidio, ma soprattutto che solo Enza Basile avrebbe potuto uccidere il marito. L’imputata ha sempre sostenuto che era intenta a preparare il caffè, al piano inferiore dell’appartamento in cui la coppia abitava, nel momento in cui fu esploso il colpo di pistola e di non aver udito l’esplosione. La Basile inspiegabilmente, dopo aver cercato di soccorrere il marito, avrebbe chiesto aiuto dicendo che Cera era caduto dalle scale. I primi a giungere a casa Cera furono i sanitari del 118, che si accorsero immediatamente che l’uomo presentava una ferita d’arma da fuoco. I medici notarono subito la pistola, che si trovava in una posizione incompatibile con un suicidio. In quei frangenti, prima dell’arrivo dei carabinieri, la 50enne di Taurisano eseguì poi tutta una serie di “attività insolite che alterarono lo stato dei luoghi e la scena del delitto”. Fu in questo frangente che l’arma del delitto, una pistola calibro 22, svanì nel nulla. Solo molte ore dopo, dopo una lunga e minuziosa perquisizione operata dai militari dell’Arma, si scoprì che la pistola era stata riposta in cassaforte dalla stessa Basile, che affermò però di non ricordare la combinazione. Fu necessario quindi sradicarla letteralmente dal muro e aprirla per mezzo di un flessibile. La donna, inoltre, non ha mai saputo spiegare la presenza di alcune escoriazioni sulle braccia compatibili, secondo l’accusa, con una possibile colluttazione avvenuta con la vittima.

Quella del suicidio, del resto, è un ipotesi che solo l’imputata ha sostenuto, spiegando che il marito, su cui pendeva un’ordinanza di carcerazione per aver abbandonato la comunità di recupero in cui era stato ricoverato, “avrebbe preferito uccidersi piuttosto che tornare in prigione”. Eppure tutti hanno descritto Cera come una persona tranquilla e serena in quei giorni, che solo due settimane prima aveva partecipato al matrimonio di uno dei figli e che da poco aveva saputo di aver finalmente ottenuto una piccola pensione d’invalidità (comprensiva di oltre novemila euro di arretrati) chiesta nel lontano 1988. Soldi che avrebbero acceso la bramosia della moglie, una donna con problemi di tossicodipendenza e abituata a vivere sulla soglia dell’indigenza. A rendere poco plausibile l’ipotesi del suicidio sono anche le prove scientifiche: sul corpo della vittima, infatti, il medico legale rinvenne un’impronta “a stampo” della canna della pistola, che dimostrerebbe come la stessa fosse premuta contro la tempia in posizione perpendicolare alla testa. Un dato difficile da riscontrare in un caso di suicidio. Sulle mani di Cera inoltre, giunto in stato comatoso nel reparto di Rianimazione dell’ospedale di Casarano, i carabinieri dei Ris eseguirono la prova dello Stub (utile a rinvenire eventuali tracce di polvere da sparo) che diede esito negativo. Un esame eseguito prima che il corpo fosse in qualsiasi modo pulito o “bonificato”.

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