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All’opposizione, ma nel gruppo del sindaco. Il giudice: “Non può utilizzare nome e lista”

Accolto il ricorso del sindaco Mellone contro il capogruppo della sua lista, Luigi Venneri, che da febbraio si era discostato dalla maggioranza ma senza cambiare gruppo consiliare

NARDO’ – Entrato il rotta di collisione con le scelte amministrative del sindaco Pippi Mellone il capogruppo della lista omonima di appoggio al primo cittadino, il consigliere Luigi Venneri, nel febbraio scorso, aveva comunicato il suo passaggio tra le fila dell’opposizione. Il tutto però senza abbandonare di fatto il gruppo consiliare, di cui era rimasto l’unico referente, della lista “Pippi Mellone sindaco”, continuando ad esercitare il suo ruolo e votando contro le scelte dell’attuale maggioranza di governo.

Un’anomalia politica che ha aperto anche un contenzioso a distanza tra il primo cittadino neretino e il capogruppo della “sua” lista (eletto nel 2016 con 59 preferenze) ormai in totale disarmonia con l’operato della compagine del governo cittadino. Vicenda che il sindaco Mellone ha deciso di dirimere (dopo che il dibattito politico si era alquanto surriscaldato anche in consiglio comunale con le obiezioni mosse anche dal presidente dell’assise comunale Andrea Giuranna contro il consiglire Venneri) con un ricorso discusso in questi giorni presso la prima sezione civile del tribunale di Lecce. Ricorso con il quale il primo cittadino si opponeva all’utilizzo del suo nome e di quello della lista a lui collegata “Pippi Mellone sindaco” da parte del consigliere comunale Luigi Venneri dopo il suo passaggio all’opposizione, formalizzato il 10 febbraio scorso.

I giudici del tribunale civile hanno quindi accolto le tesi addotte dai legali Marco Mellone e Leonardo Massari che, secondo quanto reso noto dal primo cittadino di Nardò, disponendo che il consigliere Gigi Venneri non potrà più utilizzare il nome del sindaco e della lista in questione per contraddistinguere la sua attività politica.

Nell’ambito più generale della tutela dei segni distintivi, il provvedimento emesso ieri, che richiama una recente sentenza della Corte di Cassazione, ricorda che in relazione ai partiti politici la tutela dell’identità “esprime l’esigenza di evitare, proprio in relazione al dibattito pubblico, confusioni quanto agli elementi che li caratterizzano come centri autonomi di espressione di idee e di azioni”. Per il giudice sarebbe quindi “indebito” l’utilizzo da parte del consigliere Venneri, a partire da febbraio 2020, del nome e della lista del sindaco Pippi Mellone, considerata la sua esplicita dissociazione dalla maggioranza, perché ciò ha generato nella collettività “confusione circa la riconducibilità al sindaco Mellone di affermazioni, determinazioni o posizioni politiche assunte dal resistente quale capo e unico componente del gruppo lista Pippi Mellone Sindaco, ma in opposizione al primo cittadino originariamente sostenuto.

La richiesta di cessazione del fatto ritenuto lesivo da parte del sindaco Mellone è stata ritenuta fondata anche perché, argomenta ancora il giudice, il consigliere Venneri non ha dimostrato “l’impossibilità giuridica, statutaria o regolamentare, di formalizzare il suo passaggio all’opposizione assumendo una diversa identità consiliare, onde salvaguardare la funzione identificativa del nome altrui, evocativa di ideali e iniziative politiche non più condivise”.

Per questi motivi, dunque, il tribunale ha accolto il ricorso e ha ordinato al consigliere dissidente di astenersi dall’uso del nome del sindaco e della lista “Pippi Mellone Sindaco”, condannandolo al pagamento delle spese di lite. Nello stesso tempo si è riservato la decisione di merito rispetto al risarcimento del danno chiesto dal primo cittadino.

“Dopo mesi di calunnie, diffamazioni e discredito, anche professionale, nei miei riguardi” commenta il presidente del consiglio, Andrea Giuranna, “il tribunale civile di Lecce ha riconosciuto l’uso indebito del nome del sindaco da parte del consigliere Venneri. Invito quindi nuovamente lo stesso a fare il cambio del gruppo consiliare, da me già sollecitato, evidentemente in modo legittimo, in tempi non sospetti. Da più parti mi furono chieste le dimissioni alla luce di un presunto errore di interpretazione delle norme, addirittura costituzionali. Mi rincuora il fatto, ma non ho mai avuto alcun dubbio, che la stessa interpretazione oggi sia stata pienamente tutelata da un giudice”.

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