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In due morirono folgorate: marito patteggia un anno e sei mesi

Il 51enne neretino era finito sott’accusa per non aver messo a norma l’impianto elettrico, il cui malfunzionamento provocò la morte della moglie e della vicina di casa

NARDO' - Morì folgorata mentre stendeva il bucato con i piedi bagnati dall’acqua caduta per terra sul terrazzo di casa e la stessa sorte toccò poco dopo alla vicina che accorse in suo aiuto.

Per questo drammatico incidente avvenuto a Nardò il 27 luglio del 2019, in cui persero la vita Anna Cinzia Cataldi, di 46 anni, e l’amica Antonia Antonaci, di 51, era finito sott’accusa il marito della prima, in qualità di utilizzatore dell’immobile (almeno dal 2008) dove fu poi accertato che l’impianto elettrico e quello “salvavita” non fossero a norma: il cavo che prese fuoco era stato posizionato all’esterno dell’abitazione e poggiava e incrociava proprio il filo utilizzato come stendi panni dalla 46enne.

Nei giorni scorsi, l’uomo, Giuseppe Calignano, neretino di 51 anni, ha patteggiato un anno e sei mesi di reclusione, col beneficio della pena sospesa, per omicidio colposo plurimo e lesioni.

La pena (alla quale il pubblico ministero Massimiliano Carducci, titolare delle indagini, aveva dato parere favorevole) è stata concordata, attraverso gli avvocati Giuseppe Bonsegna e Lucio Calabrese con il giudice Alessandra Sermarini.

Questo dunque l’epilogo della drammatica vicenda avvenuta in pieno giorno in via San Giuseppe da Copertino, alla periferia della cittadina, dove accorsero ambulanze del 118, vigili del fuoco e forze dell’ordine.

Ma per le due donne non ci fu nulla da fare: morirono sul colpo a causa della violenta scossa. Ad allertare i soccorsi fu la figlia di Anna Cataldi che ebbe poi la prontezza di spegnere il contatore elettrico, evitando così che il marito della vicina anche lui richiamato sul posto dalle urla corresse lo stesso rischio delle due donne. Sia la ragazza (all’epoca dei fatti 17enne) che l’uomo riportarono alcune ferite (questo soprattutto ustioni alla mano destra, giudicate guaribili in quaranta giorni) e furono accompagnati rispettivamente presso gli ospedali "Vito Fazzi" di Lecce e "San Giuseppe da Copertino".

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