Mercoledì, 4 Agosto 2021
Nardò

“Comune deve riqualificare zone a servizi”. Conferma del Consiglio di stato

Accolti alcuni ricorsi dei proprietari di terreni in agro di Nardò sui quali il Comune non ha realizzato le opere pubbliche previste dal Prg. Per i giudici è lo stesso ente a dover riqualificare le zone. Stabilite distanze dei palazzi

L'avvocato Gaballo.

NARDO’ - Il Comune di Nardò è tenuto a riqualificare i terreni e le zone a servizi sui quali non ha provveduto a realizzare strutture pubbliche, quali scuole, mercati, centri ricreativi, verde attrezzato, centri culturali e attività sportive. Lo ha confermato con un’ordinanza pubblicata questa mattina, la quarta sezione del Consiglio di Stato che di fatto ha respinto la sospensiva richiesta dal Comune  neritino che aveva proposto ricorso in appello contro una sentenza del Tar già favorevole ai ricorrenti privati. I giudici amministrativi hanno quindi confermato che l’amministrazione pubblica deve riqualificare le zone a servizi. La questione parte sin dal 2001 quando il Piano regolatore in vigore imponeva dei vincoli di inedificabilità su numerose aree di proprietà privata, stabilendo che dovevano essere espropriate e destinate a servizi e strutture pubbliche, quali scuole, mercati, centri ricreativi, verde attrezzato, centri culturali e attività sportive. Il Comune, però, aveva cinque anni per espropriare le aree e realizzare le strutture pubbliche. In caso contrario, il privato avrebbe avuto diritto ad una riqualificazione urbanistica. 

 Nel 2012 quindi, alcuni proprietari dei terreni “bloccati”, trascorsi abbondantemente i cinque anni assegnati al Comune senza che avesse realizzato alcuna opera pubblica, provvedevano a diffidare l’ente a riqualificare i loro terreni. Il Comune rispondeva che la riqualificazione non era dovuta, perché il Consiglio Comunale, con una delibera, aveva stabilito che i privati potevano attuare direttamente le zone a servizi, realizzando a loro spese le opere pubbliche previste dal Prg. Una soluzione ovviamente non gradita ai cittadini interessati che per questo, rivolgendosi all’avvocato Paolo Gaballo, instauravano un giudizio innanzi al Tar Lecce, chiedendo l’annullamento del provvedimento con cui il Comune aveva negato la riqualificazione richiesta. Il Tar Lecce, accogliendo le tesi del legale, giudicava quindi illegittimo il diniego di riqualificazione del Comune, stabilendo che era obbligato a conferire una nuova destinazione alle zone ed evidenziando che aveva violato ed eluso l’obbligo di riqualificazione cui era tenuto. Nel ricorso, in particolare, l’avvocato Gaballo evidenziava “che la delibera n.30/2012 era solo un escamotage per eludere l’obbligo di riqualificare le aree dei privati gravate dai vincoli decaduti già nel 2006. La riqualificazione, infatti, non poteva essere rappresentata dalla possibilità per il privato di attuare, a sue spese, la zona a servizi, soprattutto dopo che era stato lo stesso Comune a causare la decadenza dei vincoli, non avendo realizzato le strutture pubbliche previste nel Prg del 2001”. Nella sentenza, in particolare, si leggeva che “nonostante l’intervenuta decadenza, fin dall’anno 2006, dei vincoli imposti sui terreni dei ricorrenti, il Comune, violando ed eludendo gli obblighi che per legge incombevano, ha omesso di provvedere alla riqualificazione urbanistica degli immobili”. E che la delibera 30 del 2012 “appare soltanto un’iniziativa volta ad eludere l’obbligo del Comune di ripianificazione dell’area, ripianificazione che passa necessariamente attraverso una modifica degli strumenti urbanistici vigenti. Non possono pertanto ritenersi venuti meno gli obblighi comunali conseguenti alla decadenza del vincolo espropriativo”.

La Giunta comunale del sindaco Risi aveva deciso recentemente di affidare l’incarico di chiedere al Consiglio di Stato la sospensione dell’efficacia della sentenza. Nel giudizio in appello si costituivano anche i proprietari dei terreni, che ribadivano le proprie ragioni e la correttezza della decisione assunta dal Tar di Lecce a loro favorevole. Con l’ordinanza pubblicata questa mattina il  Consiglio di Stato ha respinto l’istanza di sospensione avanzata dal Comune confermando ancora una volta che è compito dello stesso ente dover riqualificare le zone a servizi. Una decisione che va ben oltre il caso ricadente nel comune neretino e che potrebbe interessare anche altre realtà comunali nelle quali si sono verificati casi analoghi ed eluse le riqualificazioni urbanistiche.

E sempre in ambito urbanistico ed edilizio sempre il Consiglio di Stato, sulla scorta di un ricorso trattato sempre dall’avvocato Paolo Gaballo, ha stabilito che i nuovi edifici che vengono costruiti devono rispettare la distanza di dieci metri dalle pareti finestrate. A fornire il nuovo spunto giurisprudenziale ancora una volta un fatto ricadente nel comune di Nardò. La proprietaria di un’abitazione nella marina di Santa Maria al Bagno infatti ha impugnava il permesso di costruire rilasciato dall’ufficio tecnico del Comune per la costruzione di una sopraelevazione in favore del vicino di casa. Nel corpo del ricorso, l’avvocato Gaballo, ha evidenziato l’illegittimità del permesso di costruire, in quanto il Comune aveva assentito in favore del vicino una sopraelevazione a soli 1,5 metri dalla parete finestrata della sua assistita, violando in tal modo l’articolo di legge, che a tal fine prevede una distanza minima di 10 metri. La sopraelevazione, pertanto, era in contrasto con l’interesse pubblico sotteso alla norma, volto ad evitare la creazione di intercapedini malsane dal punto di vista igienico sanitario. Nel ricorso il legale eccepiva anche la nullità della normativa tecnica comunale, nella parte in cui, in taluni casi, consentiva di derogare alla distanza minima di 10 metri. Il Tar di Lecce, in prima, battuta aveva respinto il ricorso e le ragioni della ricorrente.

La proprietaria dell’abitazione, tuttavia, si è appellata innanzi al Consiglio di Stato, chiedendo la sospensione di quella sentenza. Nel giudizio si costituiva anche il vicino, titolare del permesso di costruire rilasciato dal Comune. Questa mattina, comunica l’avvocato Gaballo, la quarta sezione del Consiglio di Stato ha accolto l’istanza cautelare della proprietaria contro la sentenza del Tar Lecce ed ha sospeso l’efficacia del permesso di costruire impugnato in primo grado. Il vicino è stato anche condannato al pagamento delle spese legali di giudizio.

Si parla di

In Evidenza

Potrebbe interessarti

“Comune deve riqualificare zone a servizi”. Conferma del Consiglio di stato

LeccePrima è in caricamento