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Francesco Danieli

Francesco Danieli

Terzapagina. Storie di pastori nell'unione delle diocesi di Nardò e Gallipoli

Intervista al docente Francesco Danieli sul senso delle sei conferenze sulla chiesa di Nardò-Gallipoli e su alcune delle sue figure più significative: "Riappropriarci della nostra storia aiuta a scrivere nuove pagine di vita"

NARDO' - Si apre quest'oggi a Nardò, nella chiesa di Sant'Antonio da Padova, un interessante ciclo di conferenze dal titolo "La mitria e il pastorale. Per i 600 anni della cattedra episcopale di Nardò (1413-2013)". Si tratta di un percorso di approfondimento sulla storia della chiesa di Nardò-Gallipoli, sulla fusione delle due sedi e sullo studio di alcuni dei suoi più significativi pastori.

A guidare e condurre gli appuntamenti sarà lo storico locale e direttore de Gli Argonauti, collana delle Edizioni Universitarie Romane, Francesco Danieli, ospite dell'intervista di Terzapagina.

Professore, si apre domenica questo ciclo di conferenze sulla storia della chiesa di Nardò-Gallipoli, con approfondimenti sui più significativi pastori della diocesi. Come nasce la proposta e a chi è indirizzata?

"Certo non mancheranno, in questo sesto centenario dall’istituzione della sede vescovile di Nardò, commemorazioni ed eventi storico-celebrativi ufficiali. Al convegno di studi programmato dalla curia per la prossima primavera io stesso parteciperò con una relazione su "Giovanni XXIII, (anti)papa al tempo della maledicta triplicitas", puntando i riflettori sul controverso pontefice che istituì nel 1413 la diocesi neritina. La serie di sei conferenze in cui sarò relatore tra gennaio e giugno, presso la chiesa di Sant’Antonio di Padova a Nardò, si colloca invece nella sfera dell’unofficial. Senza per questo compromettere sostanza e qualità. Gli incontri nascono dal desiderio socratico di una comunità di conoscere se stessa, la propria storia, i personaggi e gli eventi “di famiglia”, con le luci e le ombre che caratterizzano ogni album di ricordi. La sensibilità culturale di don Fernando Calignano, rettore della chiesa dove avranno luogo gli incontri, e la vivacità intellettuale dei membri del Centro Ebraico-Cristiano di Nardò hanno permesso di organizzare questo programma, come una risposta a puntate, aperta a tutti, alle domande di identità sorte chiacchierando fra amici. In fondo questa è la Cultura: un mix di curiosità, ricerca, condivisione e stupore".

Sei le figure di pastore che verranno raccontate. C'è qualcuno, in particolare, su cui vale la pena porre una specifica attenzione e per quale ragione?

"In realtà le figure 'raccontate' saranno molte di più, presentate in filigrana attraverso un percorso storico, lungo seicento anni, che cercherò di seguire senza frammentazioni. Nonostante ciò, per ovvi motivi di tempo, ho dovuto individuare alcuni personaggi più rappresentativi nel loro secolo di rifermento. Ambrogio Salvio (1569-1577), il vescovo riformatore che fu amico di santi della stregua di Filippo Neri e Ignazio di Loyola; Fabio Chigi (1635-1552), Il futuro papa che non mise mai piede in diocesi e che, per la sua assenza, fu colpevole di qualche omissione rispetto alla strage del 1647 perpetrata dal Guercio di Puglia; Antonio Sanfelice (1708-1736), il  dotto e scaltro presule che seppe fare di una diocesi di periferia il suo regno; Giuseppe Ricciardi (1888-1908), il vescovo massone, protagonista di una guerra intestina alla città, che però salvò dalla distruzione l’antica cattedrale neritina; e poi i recenti monsignori Garzia, Fusco e Caliandro, primi tre pastori di Nardò-Gallipoli, che hanno traghettato in vario modo le due sedi vescovili salentine nella piena unificazione. E per questi ultimi siamo già nella cronaca, che si prepara a diventare storiografia".

La studio della storia si unisce spesso al confronto con aneddoti singolari dei vissuti personali dei protagonisti oggetto delle ricerche. C'è da attendersi anche questo aspetto nelle conferenze? Qualche piccola anticipazione?

"Il mio stile lo conoscono in molti. Sono convinto che le elucubrazioni altolocate interessino a pochi. Noi comuni mortali abbiamo bisogno di riscontrare 'umanità' per mostrare attenzione. Tra l’altro  quest’umanità, che i teologi chiamano 'incarnazione', è il fondamento del credo cristiano e non andrebbe scansata come la peste. Perché gli uomini, essendo tali, non sono perfetti e la loro storia è una storia di imperfezioni, ma è comunque affascinante e piena di tracce divine, anche se conferma di continuo il motto di Qoelet, per cui 'non c’è nulla di nuovo sotto il sole'. Questa storia, storia di santi e di peccatori, storia devota e a volte pruriginosa, storia di uomini che hanno cercato Dio o vi si sono allontanati, cercherò di raccontare io. Così come l’ho appresa studiando per tanti anni e in profondità gli antichi documenti manoscritti, custoditi nell’Archivio Storico Diocesano di Nardò. Quell’archivio reinventariato di recente, ma reso fruibile nella seconda metà del Novecento dalla buonanima di monsignor Emilio Mazzarella e riordinato scientificamente dalla cara dottoressa Maria Rosaria Tamblè. E comunque anticipazioni, zero. Sennò che gusto c’è!?!".

Parlando più in generale di storia e di storia della chiesa, che momento vive la ricerca e lo studio della materia? E, infine, quale utilità si coglie da appuntamenti di questo tipo?

"Alexandre Dumas  (padre), nel 1843, scriveva: 'Chi legge la storia, se non gli storici quando correggono le loro bozze?'. Cinica come affermazione, ma forse realistica. Nel senso che spesso le ricerche storiche, anche quelle di storia della chiesa, rimangono ermeticamente chiuse in volumi-mattone che nessuno mai sfoglierà. Contribuendo all’appagamento autoerotico del solo autore. Quando chi ricerca e scrive non lo fa solo per se stesso, però, anche i non esperti del settore provano interesse. E si incuriosiscono. E chiedono. E comprendono. E approfondiscono. Per farla breve, la cultura deve passare attraverso la divulgazione. Per dirla col grande Albert Einstein, 'non hai veramente capito qualcosa finché non sei in grado di spiegarlo a tua nonna'. Appuntamenti di questo tipo servono a sbriciolare la cultura, rendendola quanto più appetibile a tutti. Anche per questo è stato previsto il dibattito e la possibilità di interrompermi lungo la relazione. Finché un fesso parla e cento fessi sentono (magari senza ascoltare) non c’è cultura. C’è mania di protagonismo da una parte e passività dall’altra. Riappropriarci della nostra storia potrebbe aiutarci a scrivere nuove pagine di vita, magari migliori di quelle già sfogliate finora".

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