Lunedì, 20 Settembre 2021
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"COSTRUIAMO LA PACE": RICORDI DALL'OTRANTO "UMANITARIA"

Suggestivo l'incontro commemorativo che ha aperto la rassegna del club Unesco sulla pace e sull'accoglienza: qualche problema logistico non ha cancellato la ricchezza delle storie raccontate

Il giornalista Rai Raffaele Gorgoni.

Racconti, emozioni, suggestioni fortissime ed intense, qualche problema logistico: sono tutti questi gli ingredienti della prima serata della rassegna culturale "Costruiamo la pace", organizzata dal Club Unesco di Otranto. Un appuntamento, che seppur tra qualche problema organizzativo (la concomitanza della partita della nazionale e forse la collocazione di sabato), ha riservato momenti davvero piacevoli, in ricordo di una storia, che ha caratterizzato Otranto e che l'ha resa protagonista in un passato ancora recente. Una storia, riattualizzata dai volti dei relatori presenti, tutti in prima linea in quella Otranto "umanitaria", che dal 1991 in poi si rese interprete di una gara di solidarietà, nella incredibile emergenza degli sbarchi dalla vicina.

Una storia che narra di una vera e propria "babilonia di etnie", che hanno attraversato il canale d'Otranto e che riemergono come quadri d'autore nelle parole adeguate di un giornalista come Raffaele Gorgoni, inviato speciale Rai, partecipe all'incontro, nonostante le precarie condizioni fisiche (è stato di recente vittima di un pericoloso incidente stradale), per amore della città che adora e che ha immortalato in un suo fortunatissimo romanzo. E forse proprio per la sua attitudine romanzesca, mentre racconta gli episodi di cronaca di quegli anni, dalla grande nave che arriva nel porto di Bari carica di diseredati in fuga, alla specificità delle tante etnie, alle illusioni che la tv occidentale ha regalato ai popoli di Tirana, sembra quasi comporsi l'immagine di un celebre film di D'Amelio, "L'America". La ricchezza di quella storia rivive anche nelle parole del luogotenente del comando locale dei carabinieri, Domenico Gagliani, che oltre al dovere di intervento delle istituzioni, racconta le tante situazioni di uomini in divisa, raccolte al contatto con il disagio di questi volti: la difficoltà di comunicare, l'empatia umanitaria con la sofferenza di quella gente, le tante storie che si possono raccontare e quelle che restano dentro e che è meglio tenersi strette.

C'è anche il senso condivisibile della provocazione di Francesco Vetruccio, già sindaco di Otranto, che con una premessa importante e per niente mielosa, sottolinea che si sia persa un'occasione per valorizzare quell'esperienza alla luce di alcuni atteggiamenti razzisti, che oggi rischiano di prendere spazio: trarre da quell'esperienza il presupposto per un'attenzione alla cultura dell'altro sarebbe stato più opportuno. Lo stesso Vetruccio racconta i limiti di uno Stato nel gestire l'emergenza, dovuti alla crisi storica delle istituzioni a tutti i livelli. Anche Francesco Bruni, successore dello stesso Vetruccio al comune, racconta le difficoltà della gestione dell'emergenza, che lo convinse a proporre un'idea alternativa per affrontare la questione: su questo presupposto nacque l'importante esperienza del "Centro don Tonino Bello", che, al di là delle questioni politiche sollevate, ebbe il merito di proporre una soluzione più dignitosa al problema dell'immigrazione di quegli anni.

Franco Mancarella, dottore incaricato dell'Asl, ricorda i tratti di un'emergenza che non fu solo "politica", ma anche "sanitaria", ribadendo con forza che ci furono molti lati positivi in quell'esperienza, ma che non bisogna tacere gli aspetti negativi, che pure non mancarono. Luigi Farenga e Giorgio Sammarruco ricordano poi il patto tra Fratres e Misericordia che diede vita a quel movimento di volontariato, coordinato dalla Misericordia di Otranto (di cui entrambi sono stati governatori), che coinvolse l'Italia intera. Una storia, dunque, che fuoriesce dai confini locali, che non è solo della terra salentina e che le valse l'attenzione del mondo, che identificò questa terra come destinataria possibile di un Nobel per la pace.

Una storia, insomma, che è necessario riprendere ancora e raccontare, approfondire, per non disperdere. Tuttavia, senza dimenticare, come ha sottolineato Giorgio Sammarruco, che "rischiamo di vivere di allori". E quel suo passaggio sul "don Tonino Bello", centro da rivalorizzare e simbolo eclatante di una storia in fase discendente, non può che essere sottoscritto. Proprio per evitare che Otranto "Porta d'Oriente" resti solo un'etichetta anacronistica.

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