Assassinò rom nel bar, ergastolo confermato in Cassazione per "Triglietta"

La Suprema Corte ha scritto la parola fine nella vicenda giudiziaria legata all'omicidio di Fatmir Makovic, avvenuto a Trepuzzi

Il luogo dell'omicidio.

LECCE – La prima sezione della Corte di Cassazione ha confermato la sentenza con cui la Corte d’assise d’appello di Lecce ha condannato al carcere a vita Fabio Antonio Perrone, il 44enne accusato del delitto di Fatmir Makovic, 45enne, e del tentato omicidio di suo figlio 16enne, avvenuti la notte tra il 28 e il 29 marzo 2014 in un bar di Trepuzzi.

L’imputato, già condannato all’ergastolo in primo grado con il rito abbreviato per omicidio volontario aggravato da futili motivi e tentato omicidio, è assistito dall’avvocato Ladislao Massari. Perrone è noto alle cronache per l'arresto dopo 63 giorni di latitanaza e la fuga dall’ospedale “Vito Fazzi”.

L’avvocato Massari ha sollevato la legittimità costituzionale della norma che esclude in appello la presenza del pubblico nei processi che provengono dal rito abbreviato (celebrato a porte chiuse). La Corte ha rigettato la richiesta della difesa. Nella sua lunga arringa difensiva l’avvocato Ladislao Massari ha confutato l’aggravante dei futili motivi.

Fabio Perrone-3Quello di Makovic è un delitto per certi versi ancora misterioso, sul cui iter giudiziario ha pesato la reticenza di quasi tutti i testimoni. Perrone raccontò di aver trascorso la serata nel bar, dove sarebbe poi scoppiato un litigio con alcuni cittadini residenti nel campo sosta Panareo, tra cui la vittima e due dei suoi figli.

La discussione sarebbe poi proseguita all’esterno dell’esercizio commerciale, dove Perrone sarebbe stato affrontato e dove, strappata l’arma a uno degli aggressori (non ha saputo specificare se a estrarre la calibro 9 sia stata la vittima), sarebbe iniziata la sparatoria. Una tesi confutata, però, dalla perizia dattiloscopica eseguita sull’arma del delitto (una Crvena Zastava, una pistola calibro 9 semi automatica di fabbricazione serba, una delle tante armi arrivate sulle nostre coste dopo il conflitto che ha infiammato e disgregato l’ex Jugoslavia).

foto PERRONE Fabio Antonio cl 1973 da Trepuzzi LE (1)-2A suo dire avrebbe sparato alla cieca, obnubilato da una sorta di furia mista a spirito di sopravvivenza. Furono ben sedici i colpi esplosi da Perrone (sette quelli che hanno colpito Fatmir Makovic, finito nel bagno dell’esercizio commerciale), che ha svuotato l’intero caricatore della pistola, corredata da caricatore da 15 proiettili (più uno in canna). Il bilancio di quel folle venerdì di sangue poteva dunque essere più tragico.

Non ha mai realmente convinto gli inquirenti l’ipotesi di un litigio sfociato in una spietata vendetta. Già al momento dell’arresto gli investigatori contestarono l’aggravante delle modalità mafiose, sintomo che dietro l’agguato di venerdì notte si nasconde qualcosa di più complesso e rilevante sotto il profilo criminologico. Aggravante che la Procura non ha però contestato.

Gli uomini del Nucleo investigativo dei carabinieri (guidati dal capitano Biagio Marro) hanno raccolto e messo insieme i tasselli di un’indagine complessa, finalizzata a stabilire quali interessi avessero riportato Perrone nella sua Trepuzzi (l’uomo da qualche tempo si era trasferito in Toscana) e cosa abbia portato “Triglietta” (com’era conosciuto negli ambienti criminali) a scontrarsi con la vittima, persona molto conosciuta nella comunità del campo sosta Panareo, dove risiedeva. Il 43enne, del resto, è ritenuto dagli investigatori un elemento di spessore della criminalità locale, che ha già scontato 18 anni di reclusione per associazione a delinquere di stampo mafioso, armi e droga.

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