Omicidio Attanasio, la Cassazione conferma la sentenza: ergastolo per la moglie

Per i giudici della Suprema Corte, l'omicidio del 30 maggio del 2006 fu aggravato dalla premeditazione: l'infermiera iniettò nel marito una dose letale di eroina. Il movente, per l'accusa, in una relazione extraconiugale che lei aveva con un altro uomo

@TM News/Infophoto

ROMA – Ergastolo. La sentenza, pronunciata poco dopo la mezzanotte di una giornata fredda e piovosa sulla capitale, arriva come un macigno a chiudere l’ultimo raggio di speranza nella vita di Lucia Bartolomeo, l'infermiera di 38 anni di Taurisano accusata dell’omicidio del marito, Ettore Attanasio, avvenuto il 30 maggio del 2006. La Corte di Cassazione ha confermato la sentenza di condanna alla pena dell’ergastolo emessa in appello, il 10 ottobre del 2012. Un omicidio volontario aggravato dalla premeditazione, dall’aver agito col mezzo di sostanze venefiche nei confronti del coniuge.

Si tratta dell’ultimo grado di giudizio celebrato per la morte del 36 enne, dopo ben tre processi. Una vicenda giudiziaria lunga e complessa. Dopo i primi due gradi di giudizio che si erano svolti a Lecce, infatti, il 15 novembre del 2011 i giudici della Suprema Corte avevano annullato la sentenza di condanna alla pena dell'ergastolo emessa, il 12 maggio del 2010, dai giudici della Corte d'assise d'appello di Lecce nei confronti della donna. Secondo la Cassazione, infatti, pur dando per accertato il fatto che l’imputata abbia somministrato la droga al consorte, non era possibile stabilire, oltre ogni ragionevole dubbio, che fosse stata quella dose di eroina a uccidere il 36enne sena escludere che il decesso sia stato in qualche modo causato dalle condizioni di salute dell’uomo. I giudici della Suprema Corte aveva stabilito, inoltre, che il nuovo processo doveva essere celebrato a Taranto.

Luci Bartolomeo è dunque colpevole. Questo il verdetto inappellabile dei giudici. E’ stata l’ex infermiera a iniettare volontariamente una dose letale di eroina al marito. Una tesi supportata dalle perizie depositate dai consulenti nominati dai magistrati e da alcuni sms che la donna ha inviato al cellulare dell'amante, dando per imminente la morte del marito, affermando che si trattava di “una questione di ore” poiché era in stato di coma e veniva alimentato con delle flebo. Secondo l’accusa il movente dell’omicidio è legato proprio alla relazione extra coniugale che la donna aveva intrapreso con un altro uomo (al quale andava ripetendo che il consorte era malato di cancro), e la conseguente paura che una separazione la privasse dell’affidamento della figlia.

La difesa della Bartolomeo, rappresentata dagli avvocati Pasquale Corleto (decano dei penalisti salentini) e   Silvio Caroli, aveva presentato ricorso dopo la decisione della  Corte d’assise d’appello di Taranto, che aveva confermato la pena dell’ergastolo già emessa in prima grado. I giudici avevano negato all’imputata le attenuanti, in contrasto sia con le aggravanti sia con l’atteggiamento della Bartolomeo, ritenuto assai poco collaborativo. I legali avevano definito il processo a carico della loro assistita come indiziario e privo di un valido movente. La tesi accusatoria, inoltre, non sarebbe stata supportata da riscontri e prove scientifiche inconfutabili. Prove non sufficienti, per i due legali, a provare la colpevolezza della loro assistita al di là di ogni ragionevole dubbio. 

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