Bimba coraggiosa chiama il 113: "Stufa di vedere mamma picchiata"

Una lunga telefonata, la volante che cerca l'abitazione. Il tormento di chi non trova più serenità, probabilmente, ha sciolto il velo su una vicenda che si trascinava da diverso tempo

LECCE – “Sono stufa di vedere mamma picchiata da papà”. A dieci anni gli occhi dovrebbero risplendere di gioia, sprizzare vita, essere rivolti verso un raggiante futuro. A quell’età, l’ultima cosa alla quale si dovrebbe pensare, è che possa esserci un numero, il 113, da chiamare per urlare al mondo una frustrazione profonda, sentimento così stridente se ha la voce dolce di una bimba.

Ci sono storie destinate a finire in un archivio, dimenticate. Storie quotidiane, per giunta, in un mondo in cui l’amore troppo spesso finisce prima ancora di iniziare. Sono gli inferni dei bambini, fiamme sulla pelle che bruciano al riparo da occhi indiscreti, fra le pareti di case anonime.

L’operatore del commissariato di Gallipoli che quel giorno di qualche settimana addietro ha raccolto la chiamata, ha dovuto compiere un lavoro di una delicatezza estrema, usando psicologia e molto tatto, e, si può pensare, sperando in cuor proprio che i colleghi in volante arrivassero al più presto.

Si dice che siano trascorsi almeno cinquanta minuti, prima che tutto avesse fine. Cinquanta minuti di paura crescente che stesse per accadere l’irreparabile, una paura celata dietro a un tono di voce quanto più possibile rasserenante. Quando si raccoglie una chiamata, non si sa mai cosa realmente stia accadendo, quale forma abbia la bolgia di quell’inferno in cui è piombato un bambino. Diventa così una lotta contro il tempo e un nemico oscuro: l’ignoto in cui si cerca di fare luce usando solo una comunicazione telefonica. Ci vogliono competenza e tenacia.     

Lei era nascosta in bagno, quel torrido pomeriggio estivo, nel periodo di ferragosto. Probabilmente non ne poteva più di urla e cattiverie. Il fratello, ancor più piccolo, paralizzato nella stanza in cui stava avvenendo la discussione fra i genitori. Così, ha composto quei tre numeri dal suo cellulare per dire basta, per continuare a vivere il suo diritto alla serenità. E ha fatto la parte del leone. Ha protetto i suoi cari.

Nei primi minuti inquietudine e confusione si sono mescolati, fra urla e pianti avvertiti ovattati dall’altro capo del telefono, dove c’era una necessità impellente: capire, e subito, da dove provenisse la chiamata. S’è scoperto che si trattava della via di un altro comune del basso Salento. I più vicini al luogo sarebbero stati i carabinieri, per sede. Ma d’estate, tutto il Tacco d’Italia diventa una baraonda: triplicano popolazione e interventi, si corre da una parte all’altra, e il personale è più o meno sempre lo stesso, salvo per qualche rinforzo, come accaduto proprio a Gallipoli.

Capita che ci si debba scambiare gli interventi, chi lavora in strada nelle mille situazioni di rischio lo sa bene. Così, non potendo con ogni probabilità esservi in quel momento l’invio immediato di una pattuglia dei carabinieri, è stata una volante del commissariato di polizia gallipolino a mangiare i chilometri che la dividevano dal paese da cui chiamava la bimba.

Nel frattempo, bisognava acquisire più informazioni, numero civico preciso, cognomi, altri particolari, evitando in qualche modo di aggiungere un carico d’angoscia a chi già vi era sprofondato fino al collo. Ecco, allora, domande più dirette alternate ad altre rassicuranti, conversazioni sulla scuola, gli amici, l’applicazione per dare la caccia ai Pokemon. Assumere un tono confidenziale pare abbia funzionato, perché sono fluiti dettagli utili a formare un quadro più nitido.

Perché lo fa? “Gli viene all'improvviso”. Se sia fantasiosa esagerazione o pura realtà, solo un’indagine approfondita potrà svelarlo, ma pare che agli occhi della bimba la vicenda vada avanti da troppo tempo, senza un motivo per lei chiaro, vicende da adulti così difficili da capire, bruschi scatti d’ira del padre, in qualche caso sconfinati in botte. Il timore che la batteria del cellulare non fosse abbastanza carica per sostenere ancora la conversazione, s’è stemperato quando la volante è arrivata sul posto. Solo in quel momento la bimba è uscita dal suo nascondiglio.

Quando la donna ha aperto la porta, l'uomo non c’era più. Fiutati guai, pare si fosse allontanato. In seguito è stato comunque identificato. La donna è apparsa tremante e pare abbia esibito qualche livido al braccio, forse dovuto a una stretta vigorosa. Sembra, però, che in quel momento abbia rifiutato l’intervento sanitario, e questo, purtroppo, accade più spesso di quanto si pensi. Le denunce d’ufficio scattano quando le lesioni siano superiori ai ventuno giorni. Viceversa, bisogna presentare una querela. Le forze dell’ordine, in tali casi, hanno il dovere di avvisare sui propri diritti una persona che abbia potenzialmente subito violenza.  In questa storia, la donna avrebbe rassicurato sull’intenzione di voler chiudere i ponti, dare un taglio.

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Vi è un’omissione volontaria su molti dettagli in merito alla vicenda, sia perché gli sviluppi sarebbero ancora in corso, sia, perché di mezzo vi sono bambini, la cui tutela sopravanza ogni cosa. Ma ci sono storie che devono uscire comunque dai cassetti, se questo può servire a smuovere chi, ancora, non ha avuto la forza di uscire dal giogo della sottomissione. E il coraggio di una bimba, questa volta, potrebbe aver sciolto un incantesimo maligno.

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