Primarie "muscolari". Il successo non archivia le zone d’ombra

La partecipazione del centrodestra ha confermato il proprio radicamento nella città, in vista della sfida amministrativa di maggio. Ma, al di là dei numeri, ci si interroga sulla effettiva consistenza di questa prova di "forza"

Il vincitore delle primarie, Paolo Perrone

LECCE - “Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza”. La citazione manzoniana viene quasi da sé ad analizzare i dati che domenica hanno consacrato Paolo Perrone, candidato sindaco di Lecce per la coalizione del centrodestra. E non per una ragione tempistica, con la celebre ode che nel suo titolo avvicina idealmente all’appuntamento elettorale dei prossimi 6 e 7 maggio, ma perché il dubbio sul destino politico-amministrativo del capoluogo sembra giocarsi sull’effettiva rilevanza dei numeri della consultazione del Tiziano.

I dati sono importanti, al di là delle valutazioni di chi prova a ridimensionarli, salvo poi riscoprirli validi quando interessano in prima persona (del resto, seppur riduttivo concettualmente, è un assioma vecchio quanto il mondo che la politica necessiti del supporto dei numeri). E puntellano alcune certezze: la forte anima di centrodestra di una città, che, al di là dei suoi malesseri, delle proprie lamentele e delle problematiche aperte, conserva una stratificazione conservatrice piuttosto evidente. Se questa si traduce in impermeabilità ad ogni altra proposta, si potrebbe ritenere già chiusa la partita.

18mila elettori rappresentano, sotto l’aspetto dell’immagine, una potente iniezione di fiducia per il governo cittadino, messo sotto assedio per mesi anche dal proprio schieramento: una prova “muscolare”, come ampiamente definita, che ha portato alle urne oltre la metà dei cittadini che nel 2007 permisero al sindaco di imporsi alle amministrative. Se l’obiettivo, dunque, era quello di impressionare, il risultato sembra raggiunto.

Ma poi ci sono le considerazioni che esulano dalla freddezza dei numeri e che si innestano sulla storia recente della città e sugli imbarazzi di questi anni, impossibili da cancellare con un colpo di spugna e che hanno raccontato pubblicamente di un centrodestra diviso, in una guerra accesa di leadership, che ha influito sui risultati a Lecce, nelle provinciali e nelle regionali. Ci sono poi le vicende giudiziarie, le campagne acquisti, le accuse, la triste inaugurazione del filobus senza politica ed un bilancio pesante che grava sulle casse di Palazzo Carafa (solo per fare alcuni esempi).

Di tutto questo centrodestra “sbiadito” la città ha perso la memoria o con il voto di domenica ha voluto assolvere (e, quindi, approvare) la gestione Perrone? Su questa domanda, si gioca tutta l’interpretazione delle primarie di domenica. Perché se il successo del sindaco è dimostrazione della sua reale robustezza, da qui a maggio si rischia di correre verso la ratifica di un risultato scontato. Ma, allo stesso tempo, in questa logica, non avrebbe senso il tentativo di riavvicinare Adriana Poli Bortone, dopo un quinquennio giocato a liberarsi della sua ombra: sarebbe, anzi, persino deleterio cedere il passo alle evidenti “incoerenze” che ne deriverebbero.

Se, invece, il dato di domenica è l’estremo sforzo di compattezza profuso dalla struttura perroniana e il vertice del suo consenso attuale, la prova muscolare rischia di svelare alcune incongruenze. È come infilarsi un “bel vestito”, senza, però, avere l’occasione per indossarlo. Del resto, come si evince dalle indicazioni raccolte dall’Istituto Piepoli (e non smentite da Alessandra Ghisleri di Euromedia Search, sondaggista di fiducia di Berlusconi), Lecce è stata inserita dal Pdl tra le quattro città a vista, che maggiormente preoccupano in termini elettorali (le altre sono Palermo, Genova, e Verona).

E, al di là della volubilità dei sondaggi in questa fase ancora non pienamente definita, dal 2007 al 2010, nei passaggi al voto intermedi, il centrodestra leccese, per via della sua scissione, è passato dal 56,2% dell’elezione di Perrone al 47% delle politiche, sino al 36,8% delle provinciali e al 40,1% delle regionali. In tal senso, la maggioranza uscente necessiterebbe del contributo numerico della Poli Bortone, per continuare a mantenere il governo cittadino. Quanto al risultato di Paolo Pagliaro, occorre riconoscergli l’impegno profuso a ricompattare il fronte moderato, anche se era logico attendersi di più.

Sebbene l’editore abbia ribadito la sua estraneità alla “struttura”, è realistico pensare che una buona fetta dei voti raccolti attingano anche dall’elettorato del fratello assessore; a questa considerazione, vanno aggiunte l’insistente campagna mediatica e l’ampia affluenza al Tiziano. Se si ponesse il paragone con Carlo Salvemini, sconfitto da Loredana Capone alle primarie del centrosinistra, con un totale di votanti di gran lunga inferiore e con una esposizione mediatica decisamente inferiore, il dato di Pagliaro non regge. Ma è giusto che ritenga soddisfacente il proprio risultato. Del resto, al termine di ogni elezione, non si ricorda analisi, da destra a sinistra, di chi non si senta contento del proprio risultato. Il dato di Gigi Rizzo, invece, è stato quello previsto.

Un’ultima valutazione. Le primarie di domenica, oltre i commenti entusiastici dei protagonisti, rappresentano la sconfitta dell’idea di un partito “leggero”, “liquido”, che aveva fatto del “leaderismo” la propria bandiera. È positivo che oggi ci sia un ripensamento sostanziale e si tengano congressi veri e primarie. Soprattutto ricordando chi, quando le primarie le facevano solo altri, le tacciava come “buffonate”. Si sa, la politica ha la memoria corta. Ma questa è tutta un’altra storia.

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