Pacchi alimentari e mense: nuovi e insospettabili poveri che la città fa finta di non vedere

Dei circa mille e 500 cittadini che, nell'ultimo anno, si sono rivolti alla Caritas per ottenere i pacchi alimentari, il 53 per cento è del posto. Oltre 500 i pasti serviti ogni giorno

Un senzatetto in città (Foto di repertorio)

LECCE – Chiunque intenda ricoprire la carica di primo cittadino, faccia al più presto un giro per le mense della città. Avviso ai naviganti e ai quattro (per ora) candidati sindaci di Lecce: non è più il tempo di ignorare le nuove forme di povertà.  Tra il 2016 e l’inizio dell’anno in corso, i cittadini italiani che si sono rivolti all’emporio della solidarietà della Caritas, guidata da Don Attilio Mesagne, e ai servizi mensa e ristoro hanno superato gli utenti stranieri. La percentuale è infatti salita al 53 per cento, invertendo la tendenza dell’anno precedente. Circa 400 famiglie, per un totale approssimativo di mille e 500 cittadini, si sono infatti rivolti all’Emporio di via Adua, nel centro di Lecce, per richiedere i cosiddetti “pacchi alimentari”.

Chi sono i nuovi poveri leccesi? Si tratta per lo più di giovani famiglie, ex monoreddito, nelle quali l’unico guadagno è stato sostituito da una cassaintegrazione. Poi è sparita anche quella, nel frattempo sono venuti a mancare gli anziani famigliari di casa e le eredità dilapidate. Così si finisce sul lastrico. Ma vi è anche tanta gente alloggiata in appartamenti dei complessi popolari, o coniugi e famigliari di detenuti sottoposti gli arresti domiciliari, cittadini di nazionalità straniera che sono venditori ambulanti ma che non ce la fanno economicamente. Ma anche professionisti. Ex imprenditori che si sono imbattuti in un fallimento. Fortunatamente, unaIMG_3108-2 tantum, vi è anche qualcuno che “scompare” dalla circolazione e lo fa perché ha trovato un impiego, momentaneo.  L’emporio nei pressi di Porta Napoli copre  la zona del centro storico, ma poi vi sono numerosi altri centri, come le parrocchie, che svolgono servizi “complementari” come quelli relativi alla distribuzione del vestiario, di passeggini e altri oggetti utili alle famiglie bisognose.

Chi si rivolge alle mense, ai dormitori, alle parrocchie, lo fa spesso con un senso di vergogna. Non tutti, ovviamente, come spiega Eugenio Moccia, che gestisce l’emporio del centro storico. Per richiedere uno dei pacchi che contengono gli alimenti, è necessario avere e dimostrare un reddito annuo inferiore ai 7mila e 500 euro.  Molti cittadini stranieri e italiani versano sul serio in condizioni disperate. Ma si mette sempre in conto una percentuale minima, fisiologica, di “furbetti”. Capita, dal racconto dei volontari che operano all’interno, che si presentino anche cittadini con un tenore di vita troppo alto e qualche dichiarazione dei redditi che non corrisponde alla realtà. Fortunatamente, si tratta di una manciata di eccezioni. C’è anche da dire che, di recente, controlli più ferrei hanno fatto misteriosamente “sparire” alcuni pensionati. Quelli che invece continuano ad andarci sono dunque cittadini che percepiscono circa 400 euro al mese.

Chi versa in condizioni indigenti viene spesso segnalato da associazioni, sacerdoti, assistenti sociali e dalla stessa prefettura. Si recherà un paio di volte al mese a ritirare il proprio pacco contenente alimenti non facilmente deteriorabili come tonno in scatola (utile anche per chi non dispone di una cucina o di un tetto), passata di pomodoro, farina, zucchero, tre tipologie di legumi, latte, biscotti e pasta. Prodotti che vengono reperiti con le raccolte alimentari dei supermercati che puntano sulla solidarietà, con i fondi provenienti dall’8 per mille e, almeno prima, con un contributo del 6° per cento circa proveniente da Agea (l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura, che dispone di un fascicolo per ogni indigente). Da qualche mese, però, per motivi politico-burocratici dovuti alla revisione delle normative comunitarie, i fondi si sarebbero rarefatti.

Per stabilire quanti prodotti toccheranno, di volta in volta, ai bisognosi della città, l’emporio dispone di un software. Il programma, in base a un algoritmo, stabilisce quanti chili di alimenti toccheranno alla famiglia: sia sulla base delle scorte in dispensa, sia a seconda del numero dei componenti della famiglia, dell’eventuale presenza di bambini, di portatori di handicap, della loro età e fabbisogno. “E’ possibile che in un mese a un nucleo spetti un chilo di formaggio, mentre quello successivo soltanto 400 grammi perché magari quel tipo di alimento scarseggia”, spiegano i due volontari dell’emporio, un ex manager e un ex ufficiale della Marina. I due volontari, coordinati da Moccia, sono anche affiancati da due ragazzi sottoposto alla messa alla prova dal tribunale.IMG_3110-2

Il grido di rammarico per un settore, quello della solidarietà, al collasso (all’emporio una media sono circa 25 le famiglie che si presentano in un giorno) non raggiunge però soltanto il mondo della politica, ma anche le aziende, “Spesso poco sensibili a iniziative come Brutti ma buoni, nelle quali i negozi del territorio donano cibi a ridosso della data di scadenza”. Buone nuove potrebbero essere previste con la nuova legge contro gli sprechi alimentari. Bisognerà attendere del tempo per valutarne l’efficacia. Certo è che quella del sistema dei pacchi alimentari è una soluzione destinata soprattutto a chi, quanto meno, ha un posto in cui prepararsi del cibo. Poi c’è tutta un’altra fetta di poveri che, invece, dorme per strada, o prende in affitto abitazioni, dividendo il canone con altri inquilini. Ma per mangiare, o poter usufruire di una doccia, si rivolge alle altre strutture che costellano la città. Una rete della solidarietà che copre diversi punti.

Sono dieci le mense, divise tra pasti diurni e serali, a Lecce. Alcune strutture offrono anche posti letto per uomini o donne e la possibilità di una doccia, oltre al servizio di assistenza medico-legale e a quella per chi, non avendo nessun famigliare, è appena uscito da un ospedale. Sono in tutto 80 i letti a disposizione, mentre  sono oltre 500 i pasti serviti in città quotidianamente tra i posti aperti nel dì e quelli che offrono pasti veloci serali come panini e prodotti di rosticceria. Pasquale (nome di fantasia), ha compiuto qualche giorno addietro 90 anni: è considerato la mascotte della mensa presso la Casa della carità, non lontano dalla stazione ferroviaria. Autonomo nonostante la sua età, è ospite fisso a pranzo. Assieme a lui, un’altra ventina  di cittadini, fra italiani e stranieri. Hanno quasi finito di pranzare e ognuno si dà da fare: c’è chi sparecchia, chi ripone le sedie sui tavoli, chi spazza, chi commenta la partita del giorno prima con Don Attilio. Poi c’è Farhan, iracheno, giunto da alcuni mesi in Italia con la sua storia che si intreccia a quella di decine di altri suoi connazionali.

Seduto al tavolo accanto, Luigi (anche questo è un nome di fantasia). Ha 62 anni e un diploma. Un accento “ripulito” dalla tipica cadenza salentina e dialettica da vendere. E proprio di vendita lui si è occupato per anni, prima della separazione con la moglie, dalla quale ha avuto quattro figli. Una storia di “ordinario divorzio”. Lascia la casa e lascia anche la cittadina dell’entroterra salentino. Lascia l’attività politica che svolgeva per passione. Molla anche gli hobby. Pian piano terminano anche i risparmi.  Gli affetti diventano più rarefatti, fino all’uscita di scena. “Per tre, quattro notti, ora non mi vergogno più a dirlo, sono venuto qui a Lecce per dormire in stazione”. Poi si cerca di ricominciare, magari dagli amici, dai lavoretti in nero. “Ma i miei figli, ormai grandi e a loro volta con famiglie, non sanno che io vengo a pranzare qui. Non ce la faccio a comunicarlo a nessuno di loro”. Così si prende consapevolezza. Passa anche la vergogna, subentra il bisogno e si mette da parte dell’orgoglio. “Molto più dignitoso chiedere una mano, che andare a commettere reati”, spiega Luigi in poche, inconfutabili parole. “La fortuna per questa città è Don Attilio, una specie di Papa Francesco di Lecce”, conclude.

Quando improvvisamente cadi, precipiti trai gradini più bassi della scala socio-economica, non sei più credibile. O meglio, non sei più creduto. “E’ come se dietro avessi altro, come se non fossi davvero in difficoltà perché ti hanno visto sempre lavorare, vivere con un tenore più che decente”, racconta Enrico, 54 anni. Una vita molto simile a quella di Luigi. La sorte è la stessa: anche lui è un uomo separato e con una vita, un tetto, cibo alle spalle. “Le istituzioni fanno ben poco per te, qualcuno più sensibile o magari più opportunista ti dà una mano al momento, poi ti incontra per strada e si vergogna anche a stringerti la mano”. Ed Enrico, titolare di un negozio di accessori griffati, prima della chiusura con la moglie, e di quella successiva dell’attività, ne ha incontrati di uomini potenti. L’abitudine ad ignorarsi per strada, però, pare che purtroppo abbia preso piede tra gli stessi ospiti quotidiani della mensa. “Se ci si incontra per caso, tra italiani così come tra stranieri, si fa finta di nulla e ci si gira dall’altra parte. E’ come se si volesse far finta di nulla, o come se qualcuno vendendo quella complicità potesse intuire dove ce ne andiamo assieme tutti i giorni a pranzo”. Una forma di complicità tacita e omertoso matrimonio che, del resto, è nel dna di questa città.

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