Case popolari, le intercettazioni su Marti al vaglio della Camera

Il gip Giovanni Gallo ha deciso di inoltrare la richiesta per l'utilizzo delle conversazioni relative all'assegnazione di un alloggio già confiscato alla criminalità organizzata al fratello del boss Briganti

Roberto Marti.

LECCE – Sarà la giunta per le autorizzazioni della Camera dei deputati a decidere se la Procura di Lecce potrà utilizzare le intercettazioni relative all'inchiesta sulle case popolari assegnate in cambio di voti, che coinvolgono Roberto Marti, da marzo scorso senatore della Lega, ma all'epoca dei fatti deputato del Pdl.

Lo ha deciso il gip Giovanni Gallo, dopo aver sentito dieci giorni fa, accusa e difesa, accogliendo così l’istanza dei pubblici ministeri Roberta Licci e Massimiliano Carducci (titolari dell’inchiesta) di inoltrare la richiesta in Parlamento.

In particolare, tre conversazioni e sette sms riguardano una casa confiscata alla criminalità organizzata e poi assegnata ad Antonio Briganti, fratello del boss della Sacra Corona Unita, Maurizio. Di questo episodio rispondono (per tentato abuso di ufficio, falso ideologico aggravato e tentato peculato), l’ex assessore Attilio Monosi, l'ex consigliere comunale Damiano D'Autilia (ex consigliere comunale ed ex amministratore di Alba Service), Andrea Greco, Antonio Briganti e la moglie Luisa Martina. Secondo l’accusa, la richiesta di assegnare l’immobile al fratello del boss, che faceva parte del bacino elettorale dell’ex assessore Luca Pasqualini (indicato nelle carte come “delfino” di Marti), sarebbe partita dallo stesso Marti e da D’Autilia.

La difesa del senatore (rappresentata dagli avvocati Pasquale e Giuseppe Corleto) ha preso atto del provvedimento del giudice, pur non condividendolo per le ragioni già espresse nell’udienza camerale del 25 gennaio. Ora, le argomentazioni difensive saranno messe nero su bianco in una memoria che, non è escluso, sarà lo stesso senatore a depositare alla Giunta che lo valuterà.

Le ragioni del gip: “Le intercettazioni furono casuali”

Le intercettazioni furono “casuali” e “fortuite”, e quindi, non richiedevano una autorizzazione preventiva così come previsto dall’articolo 4 della legge 140 del 2003. A queste conclusioni arriva il giudice Giovanni Gallo nelle 44 pagine del provvedimento con il quale motiva la scelta di inoltrare la richiesta della Procura di poter utilizzare le conversazioni. Pagine, alle quali è stato allegato un plico di altre 20 con tutti i dialoghi tra il politico salentino e gli ex assessori Attilio Monosi e Luca Pasqualini, ritenuti (questi due) a capo, insieme con l’ex consigliere Antonio Torricelli, di un’associazione a delinquere che avrebbe arricchito il proprio bacino elettorale usando la cosa pubblica, nello specifico gli alloggi popolari.

Secondo il giudice, è da escludersi che l’attività di intercettazione fosse mirata a Marti. Questo ci finì per caso, parlando al telefono con i suoi amici di partito indagati. E’ vero, come sostiene la difesa, che il suo nome compare già nell’informativa del 9 settembre 2014 della Guardia di Finanza. Ma dalle interlocuzioni avute prima della sua iscrizione formale, per il gip, non emergono indizi di reità, tali da fare intendere che fosse lui il vero destinatario dell’attività di captazione. Oltretutto, le intercettazioni che riguardano il parlamentare, precisa ancora il giudice nel provvedimento, sono un numero esiguo se confrontato a quello complessivo usato dai pm per sostenere il quadro accusatorio: 1116 intercettazioni (933 telefoniche e 183 ambientali). Su Marti, ci sono solo dieci conversazioni e tre messaggi con Pasqualini, in un lungo lasso di tempo (dal 25 aprile 2014 al 4 febbraio 2016), e solo sei messaggi con Monosi, di cui quattro nella stessa giornata del 18 agosto 2014 e quindici conversazioni da maggio 2014 al 4 febbraio 2016, alcune delle quali nella stessa giornata e nello stesso mese.

Non ha dunque cambiato idea il gip Gallo che già nell’ordinanza di custodia cautelare del 7 settembre sul punto si era espresso così: “In nessun momento della fase investigativa l’obiettivo dell’attività di captazione è stato quello di accedere alla sfera delle comunicazioni del parlamentare, essendo risultato interlocutore occasionale dei soggetti indagati, tanto che solo all’esito della trascrizione e valutazione delle migliaia di conversazioni intercettate messe in correlazione con le poderose acquisizioni documentali effettuate si è potuto dare una compiuta ricostruzione del quadro indiziario coinvolgente il deputato, non a caso iscritto nel registro delle notizie di reato solo all’esito dell’informativa della Guardia di finanza del 17 marzo 2016, nel quale peraltro veniva riversata solo una parte delle intercettazioni essendo le altre in corso di analisi da parte della polizia giudiziaria tanto da costituire poi oggetto di successiva informativa depositata in data 30 novembre 2016”.

L’affondo del procuratore generale Maruccia

Hanno pesato come un macigno le parole usate dal procuratore generale Antonio Maruccia durante la cerimonia per l’inaugurazione dell’anno giudiziario, che si è tenuta lo scorso 26 gennaio, proprio il giorno successivo all’udienza per discutere delle intercettazioni che riguardavano Roberto Marti. In merito alle recenti inchieste che hanno evidenziato collegamenti dei clan con amministratori comunali e settori della politica, in particolare quella sulle case popolari, il procuratore ha affermato: “Sono i politici a rivolgersi ai mafiosi per avere consenso elettorale, non viceversa. E fa veramente male leggere di un appartamento confiscato alle mafie che si voleva assegnare illecitamente al familiare dal capoclan, in corrispettivo dei favori ricevuti dai criminali. Sarà che avrò una sensibilità particolare per la pregressa esperienza di commissario di governo ai beni confiscati, ma a me il fatto è sembrato di particolare disvalore, se sarà accertato con sentenza irrevocabile”. E ha aggiunto: “Un’offesa gravissima, uno schiaffo, al lavoro della polizia giudiziaria, della magistratura, della Agenzia per i beni confiscati che quell’appartamento ha assegnato al Comune di Lecce, uno schiaffo al lavoro di tanti enti locali e di quella società civile – gli insegnanti, i sacerdoti, le associazioni, il volontariato – che si impegnano, che credono nella legalità, della quale andiamo a parlare nelle scuole agli studenti, sempre affascinati dal valore simbolico della destinazione sociale dei beni confiscati”.


In 47 rischiano il processo

Intanto, in 47, tra i quali gli ex assessori Monosi e Pasqualini, l'ex consigliere  Torricelli e il dirigente Pasquale Gorgoni,  rischiano il processo. Si discuterà il 14 febbraio dinanzi al gup Edoardo D’Ambrosio, la richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla Procura.

Condacons  fa sapere di voler sostenere i cittadini che vogliano costituirsi parte civile durante l’udienza. “Si tratta di un processo molto importante per la città di Lecce, perché se i fatti contestati dalla Procura della Repubblica verranno ritenuti penalmente rilevanti in giudizio, ci troveremo dinanzi ad una inaccettabile gestione del potere civico da parte di noti ed importanti esponenti dei partiti politici cittadini”, ha dichiarato il coordinatore provinciale dell’Associazione Antonio Carpentieri. 

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