“Il successore”. Il documentario che indaga il doppio volto della natura umana

Premio Cipputi al Torino Film Festival, applaudito all’International Documentary Film Festival di Amsterdam, il mediometraggio racconta la storia di un noto produttore di mine che è finito sui campi e nelle strade di Sarajevo per "salvare" se stesso e impedire altre vittime

LECCE – Davanti a quei disegni notati per caso sul tavolo di rappresentanza di un’azienda di esplosivi di Sarajevo ha subito pensato a cosa non andasse, a come fare per rendere quei meccanismi più efficienti. Una riflessione istintiva, che si è insinuata come una crepa nel muro della riabilitazione intrapresa innanzitutto ai propri occhi.

Vito Alfieri Fontana aveva già deciso di fare lo sminatore, portando la sua parabola esistenziale verso un’inversione a u, ma l’indole dell’ingegnere e progettista che è cresciuto nella fabbrica di famiglia - la Tecnovar di Modugno, fino a 20 milioni di mine anticarro e antiuomo prodotte ogni anno – non lo ha mai abbandonato.

La sua storia è quella della natura intrinsecamente duale dell’essere umano che spesso a fatica riesce a far convivere i poli opposti e anche quando uno prevale, l’altro non scompare del tutto. Con un finanziamento di soli 30mila euro dell’Apulia Film Commission, il 30enne leccese Mattia Epifani ha realizzato un documentario da pelle d’oca, dal titolo “Il successore”, che non a caso è stato applaudito all’International Documentary Film Festival di Amsterdam, dove ha esordito, e ha vinto il Premio Cipputi al Torino Film Festival nella categoria “miglior film sul mondo del lavoro”.

Del resto, una delle grandi intuizioni di Epifani – assistito nella sceneggiatura da Francesco Lefons – è stata quella di scandagliare il fondale emotivo di una vicenda molto coinvolgente per far emergere tutta la complessità che è insita nel rapporto tra etica e lavoro. Detto altrimenti: tutti i mestieri sono moralmente accettabili? Il quesito non ha senso solo in prospettiva individuale, ma nel caso specifico ha delle ricadute pesanti in ambito collettivo, sociale perché la Tecnovar aveva centinaia di dipendenti prima che l’ingegner Fontana decidesse di chiudere i battenti.

IL SUCCESSORE-still_8-2Nel 1997 veniva infatti firmato il Trattato di Ottawa per la messa al bando delle mine antiuomo, ma la volontà di fermare l’attività nello stabilimento barese è precedente e si spiega con due "scene madri" che lo stesso Fontana ricorda nel documentario: un incontro promosso da Don Tonino Bello e una domanda a bruciapelo del figlio, seguita da una ingenua quanto incontrovertibile asserzione: “Allora sei un assassino”.

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Il documentario regala una fotografia a tratti struggente – il direttore è Giorgio Giannoccaro – che nella pista innevata di Bjelasnica sul monte Trebevic o nel tramonto della capitale bosniaca trova dei soggetti di grande fascinazione. Nonostante un budget ridotto che ha obbligato la piccola troupe a tempi rapidi, il mediometraggio (di poco inferiore ai 60 minuti) è un’opera profonda, un raffinato equilibrio tra tecnica (con il montaggio di Mattia Soranzo) e scrittura che rivela una notevole padronanza stilistica del giovane regista già autore di Rockman (2011), UBU R1E (2014), The best (2015).

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Intorno alla metà di gennaio “Il successore” dovrebbe finalmente essere proiettato anche a Lecce mentre il prossimo palcoscenico internazionale  sarà quello del Slamdance Festival.

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