Salvemini, la sfida più difficile è la rivoluzione della burocrazia comunale

Il nuovo sindaco di Lecce ha davanti a sé molti nodi da sciogliere, in primo luogo politici, ma la vera prova del nove sarà la possibilità di un nuovo rapporto tra i cittadini e gli uffici di Palazzo Carafa

Palazzo Carafa all'alba del 26 giugno.

LECCE - Per Carlo Salvemini, eletto sindaco di Lecce, c’è una sfida ancora più complicata di quella dell’attribuzione dei seggi in consiglio comunale e più profonda di quella dei riposizionamenti nel centrosinistra, tema abbastanza caro negli ultimi anni ai teorici di ogni risma e ai critici da tastiera, ma che ben poco ha a che fare con la vita delle comunità locali.

Il vero nodo da sciogliere, che nella prospettiva di un mandato può determinare la conferma o il venire meno dell’apertura di credito sancita ieri dai leccesi, è quello della trasformazione radicale della macchina organizzativa e burocratica di Palazzo Carafa. “Cittadino tra cittadini”, ha detto più e più volte Salvemini in campagna elettorale, prefigurando una sorta di missione nel solco di una esperienza politica, la sua, che gli ha fatto pagare più volte dazio per una ostinata tendenza all’autodeterminazione rispetto alla linea del partito, quando lo aveva, o agli umori dell’area politica di riferimento, quella progressista.

Eppure quell’indipendenza di giudizio gli ha garantito il rispetto di molti avversari e certamente della maggioranza dei cittadini, anche nella non condivisione delle scelte e della sua storia politica. Nella parte finale della campagna elettorale Salvemini ha raccontato più volte un episodio che si è verificato alle Giravolte, nella modesta abitazione di una delle tante famiglie che dignitosamente si guadagnano il pane: quando i suoi ospiti gli hanno detto che esponenti del centrodestra sarebbero passati una seconda volta da quella casa, come sempre in campagna elettorale, l’allora candidato ha replicato con un suggerimento: “Dite loro che qui è passato lu Salvemini e che vi ha promesso una cosa che nessuna proposta potrà eguagliare: di trattarvi da cristiani e non da pezzenti”.

In questa frase c’è tutta la carica “rivoluzionaria” della proposta di rinnovamento, tanto che è stata citata più volte, anche in piazzale Cuneo, simbolo della periferia composta da case popolari dove decine di residenti seguivano l’ultimo comizio di quartiere affacciati alla finestra o seminascosti dalle persiane: "Non votatemi se non lo ritenete - gridava - ma votate liberamente". Far sentire tutti i leccesi dei normali cittadini, senza privilegi per pochi e muri di gomma per molti, sarà il tema più incalzante dell’agenda politica e solo con il suo inveramento troverà davvero compimento la discontinuità rivendicata con orgoglio, ma senza aggressività verbale, durante anni di opposizione istituzionale – talvolta condotta in solitaria - a un sistema di potere radicato e diffuso quasi in ogni dove.

Ripensando alla cronaca della vita di Palazzo Carafa, per chi l’ha conosciuta da vicino, sono decine le battaglie condotte da Salvemini: ultima e probabilmente tra le più importanti quella per interrompere l’iter di approvazione del nuovo piano urbanistico generale che la maggioranza stava seguendo a tappe forzate – cioè piene di forzature - e che poi è stata costretta ad abbandonare. Supportato da un manipolo di tecnici, il nuovo sindaco ha trasformato i banchi della minoranza, durante le commissioni consiliari convocate a ritmo serrato in una corsa contro il tempo, in una sorta di trincea dalla quale ha condotto una guerra di logoramento che ha fatto saltare i nervi all’assessore Martini e all’architetto Maniglio fino alla resa e al rinvio della questione alla prossima consiliatura.

Il piano urbanistico, anche se è un argomento tecnico e meno utile di altre alle dispute ideologiche su facebook, è quel provvedimento che sancisce lo sviluppo non solo fisico, ma anche sociale ed economico della città nei prossimi decenni ed è quindi il terminale di una serie molto intricata di trame di interessi economici: è il luogo dove si costruisce lo sviluppo del litorale, dove si disegnano i nuovi lineamenti dei quartieri, dove si determina la possibilità di insediamenti commerciali e di edilizia residenziale pubblica oltre che privata e molte altre cose ancora. Nelle sue tavole, nelle schede, nelle relazioni si leggono numeri e termini che si traducono in un giro di milioni e milioni di euro che significa anche occupazione, rispetto dall’ambiente, trasformazione della città in un senso o nell’altro. Nei prossimi mesi sarà possibile riaprire questo capitolo fondamentale per Lecce con un approccio diverso: non troppo tempo fa, lo stesso Salvemini propose, inascoltato, di utilizzare il ritrovato Teatro Apollo come vetrina per tutti i cittadini che volessero capirne di più.

Parallelamente la sfida, lo si scriveva all’inizio, sarà quella di rendere realmente accessibile ogni sportello comunale alle esigenze dei cittadini, cambiare l’alfabeto del personale dipendente da Palazzo Carafa che negli anni si è appiattito su quello della classe politica che ha retto le sorti della città: se istruire una pratica o chiedere un permesso diventeranno procedimenti automatici e semplici e non farraginosi ai limiti della discrezionalità, sarà stato fatto un discreto balzo in avanti verso quella operosa normalità che a Lecce serve come una ventata di aria fresca in una stanza le cui finestre sono state chiuse per troppo tempo. Di resistenze Salvemini ne incontrerà tante: mettere mano alla macchina burocratica e amministrativa significa, tra l'altro, confrontarsi con dirigenti dotati di ampi poteri. Vuol dire rivoltare come calzini uffici e cassetti che non mancheranno di rivelare “sorprese”.

Rispondere alle esigenze comuni di ogni giorno solleciterà inoltre la nuova amministrazione a tradurre in pratica molte proposte lanciate nei mesi di campagna elettorale: rendere totalmente pubblica Sgm, acquistare il parcheggio dell’ex Enel per sbloccare la mobilità ferma ad una concezione quasi “paesana” dei flussi veicolari e della alternative sostenibili ai mezzi tradizionali, provare a smontare il filobus.

Il nuovo sindaco ha quindi davanti a sé una strada in salita e irta di ostacoli: quelli politici, tra cui la quadra della maggioranza in consiglio, non sono trascurabili ma non sono certo gli unici. Con l’andatura del passista, lui che è ciclista e podista amatoriale, e il senso di autocontrollo e garbo che lo contraddistinguono, riproponendo i tratti paterni, proverà a superare le insidie. La città è ansiosa di metterlo alla prova perché, inutile negarlo, su di lui e sulle decisioni che prenderà sono state riposte molte speranze di una città che appariva condannata a una sorta di rassegnazione.

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