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Venerdì, 19 Aprile 2024

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A cura di Redazione

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Dopo “Quell’oscuro desiderio”, nuova inchiesta sul mostro di Firenze di Cristiano Demicheli

Con "Narciso cacciatore. Un’ipotesi sul mostro di Firenze" (Rogas Edizioni) l’autore delinea la vita e le attività di un Narciso cacciatore e rileva sconcertanti analogie con la vicenda del mostro

Nel 1984 un pluripregiudicato di Prato dichiara di essere il mostro di Firenze. L’uomo abita a pochi metri da tre luoghi del delitto e fa un lavoro che lo mette in diretto contatto con una delle vittime. Questo nuovo studio di Cristiano Demicheli ci offre un’ipotesi convincente ed elementi di indagine mai emersi al grande pubblico; uno studio avvincente e accurato che, per la prima volta, fa credere che si possa essere sulla strada giusta per fare luce su uno dei misteri più longevi e incredibili di questo paese.

Intervista a Cristiano Demicheli

I suoi libri sono frutto di studi accurati di tutta la documentazione disponibile sulla vicenda del mostro di Firenze, arricchiti di spunti, riflessioni, teorie e connessioni tra gli attori della vicenda. Lei separa i dati concreti dalle congetture e la cronaca dal mito. In qualche momento calandosi in una storia così buia e terribile ha mai sentito il bisogno di proteggersi e prendere distanza da ciò a cui lavorava?

"Per certi aspetti un certo distacco lo fornisce la distanza storica da quegli eventi terribili: anche se non sembra, è trascorso ormai mezzo secolo dal primo delitto indubitabilmente attribuibile al mostro, quello del 1974. D’altronde, si tratta di un equilibrio sottile: una certa partecipazione emotiva è necessaria da un punto di vista etico, per non considerare la vicenda un semplice problema a quiz ma trattarla con il rispetto e la cautela dovuta alle vite che, direttamente e indirettamente, ne sono state sconvolte. Posso dire che non è stato piacevole addentrarsi in certe direzioni, neppure con l'immaginazione, ma il pensiero di farlo per uno scopo giusto ha aiutato".

Lei è autore di Quell’oscuro desiderio. Un profilo del mostro di Firenze (Rogas Edizioni) e torna proprio oggi in libreria con Narciso cacciatore. Un’ipotesi sul mostro di Firenze sempre per Rogas Edizioni. Con il primo libro fornisce una lettura molto acuta dell’intera vicenda e propone un’analisi comportamentale del serial killer di Firenze. Con questo secondo invece avanza un’ipotesi molto importante sull’assassino. Cosa ha provato mentre metteva insieme i tasselli e vedeva delinearsi una persona in carne e ossa, con un nome, un cognome e una storia precisa e compatibile con quella del mostro? (Figura non del tutto estranea alle indagini per altro ma certamente mai approfondita dagli inquirenti).

!Dare un volto - un ipotetico volto, mi affretto ad aggiungere - al mostro di Firenze è stato emozionante e disturbante al tempo stesso. Finché il mostro rimane un fantasma, è facile attribuirgli le peggiori nefandezze, ma nel momento in cui assume un volto, un nome, una collocazione sociale, dei legami familiari, diventa tutto più complesso. Era un uomo come tutti noi, almeno esteriormente, e questo è sempre difficile da accettare. Eppure è fondamentale, credo, compiere questo passo: perché i fantasmi sono imprendibili, le persone in carne e ossa, no. È stato emozionante vedere questa figura delinearsi poco a poco davanti ai miei occhi: finalmente molti interrogativi trovavano una risposta, spesso una risposta semplicissima, che però era impensabile senza calare l’assassino in un preciso contesto di realtà. La scelta delle vittime di un certo periodo, ad esempio, diventa chiarissima nel momento in cui scopriamo che, come loro, l’assassino lavorava nel settore dell'abbigliamento. Idem di casi per il movente dei delitti che, finalmente, assume un senso e una giustificazione nel particolare profilo psicologico di questa persona. Ogni cosa ha un senso, se conosciamo motivi e circostanze. Restano ancora, naturalmente, molte aree oscure, su cui non spetta a me fare luce: col mio lavoro mi sono spinto al limite estremo dei poteri (e dei diritti) di un investigatore dilettante. Il resto, se mai seguirà, spetta ai professionisti".

Proprio la seconda parte di questo suo nuovo lavoro, messa così a sistema, crede o spera possa essere tenuta in conto per una nuova indagine che faccia luce una volta per tutte?

"Sarebbe auspicabile, perché in passato molte persone sono state indagate per motivi anche più labili. Qui disponiamo di elementi non dico decisivi, ma certo significativi. Il più rilevante di essi è, a mio parere, la connessione tra il sospettato e la vittima femminile del 1982: è provato che esisteva tra loro un contatto lavorativo diretto, e che, pochi giorni dopo il delitto, il sospettato si è licenziato dalla ditta che costituiva la connessione. L’eventualità che si tratti di una semplice coincidenza è possibile, ma mi piacerebbe che qualcuno lo stabilisse in maniera conclusiva".

"Da un punto di vista giudiziario, non esistono molte possibilità che questo avvenga: ci sono delle sentenze, ci sono dei condannati in via definitiva. Ma a me, più che la verità giudiziaria, interessa a questo punto la verità storica".

Secondo lei si arriverà mai a capo di questa storia? E perché non è successo fino ad ora?

"Per onestà va detto che i casi di delitto seriale sono i più difficili da risolvere, quindi non approvo chi condanna indiscriminatamente l'operato della Procura. È vero, sono stati commessi degli errori, ma erano anni in cui non esistevano linee guida scientifiche a ispirare gli inquirenti in questo particolarissimo tipo di indagine. E, in assenza di un movente razionale, il novero dei sospettabili nei delitti seriali finisce per coincidere praticamente con l’intera popolazione. Quindi credo che quello che è successo sia comprensibile e, in certa misura, giustificabile. Sul futuro non mi pronuncio, però capisco che si tratta, per l'opinione pubblica, di un cold case, e che la magistratura e le forze dell’ordine hanno problemi ben più urgenti da risolvere".

Perché secondo lei in Italia non siamo mai riusciti a chiamare il mostro di Firenze serial killer?

"Credo dipenda da un fattore culturale. Non a caso, durante le indagini si parlava di «delitti atipici», «delitti nordici», istituendo un collegamento piuttosto ridicolo tra la geografia e la tipologia dei delitti. In verità in Italia non sono mai mancati gli assassini seriali, anche prima del mostro di Firenze: penso a Antonio Boggia, Giorgio Orsolano, Vincenzo Verzeni nel XIX secolo, e Leonarda Cianciulli, Ernesto Picchioni, Cesare Serviatti, Giorgio Vizzardelli nella prima metà del XX. Da un punto di vista criminale, la nostra tradizione riconosciuta poggia sui delitti passionali e su quelli mafiosi, di clan, di ring: e, guarda caso, sono state proprio queste le direzioni imboccate dalla Procura, prima con Pacciani, assassino passionale nel 1951, e poi con i compagni di merende e la presunta rete di mandanti alle loro spalle".

"Ciò che si vede, purtroppo, dipende sempre dai pregiudizi di chi guarda".

La novella di Emanuela Cocco intitolata Trofeo (Zona 42, collana Nodi) racconta di un serial killer attraverso i suoi trofei. Di tutti gli “oggetti di scena” del mostro di Firenze, quale le ha parlato maggiormente e perché?

"Credo che, citando il mostro di Firenze, la prima cosa che venga in mente sia la questione dei suoi particolarissimi feticci anatomici: i pubi femminili. A mio parere, però, il truculento e spettacolare risalto di questo tratto ne ha messo in ombra un altro, ben più rilevante. Se, come credo, il delitto del 1968 non è attribuibile alla stessa mano dei successivi, perché la pistola è la stessa? La similitudine tra il delitto Locci-Lo Bianco e quelli del mostro non può non essere intenzionale: sarebbe una coincidenza davvero straordinaria se una pistola, usata nel 1968 per uccidere una coppia che amoreggiava in auto nelle campagne fiorentine, fosse finita per puro caso in mano a qualcuno che l’avrebbe utilizzata in seguito per uccidere altre coppie che amoreggiavano in auto nelle campagne fiorentine".

"Ne consegue che, chi è entrato in possesso di quella famosa Beretta tra il 1968 e il 1974, era interessato ai trascorsi della pistola, più che alla pistola in sé. È la pistola, a mio parere, il primo vero feticcio del mostro di Firenze".

Continuerà a scrivere ancora di questo caso o c’è qualche progetto altro all’orizzonte?

"Personalmente credo di aver detto tutto quello che potevo sull'argomento. Può darsi che mi sia sbagliato di grosso, ma questa è comunque la mia meditata opinione e la mia proposta di soluzione del caso. Continuerò sicuramente a seguire con interesse il dibattito tra esperti, ma come scrittore penso di aver esaurito il mio contributo alla vicenda. Posso solo sperare che qualcun altro, magari dotato di poteri più ampi dei miei, decida di approfondire questa pista, per smentirla o corroborarla con nuovi elementi. Gli spunti investigativi non mancano di certo, e credo che, per chi ha gli strumenti, non sarebbe difficile approfondire la questione. Per fortuna, non è passato ancora troppo tempo: svariate persone che conoscevano il mio sospettato sono ancora vive, e la loro testimonianza potrebbe chiarire punti per me oscuri. Molte famiglie aspettano ancora una risposta conclusiva su questa terribile vicenda, e non soltanto loro: in un paese intossicato dai segreti come il nostro, svelarne uno, e non dei meno oscuri, sarebbe certamente un bene".

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