Seduti su una polveriera: il rischio sanitario per la popolazione carceraria

Nel contributo dell'avvocato Alessandro Stomeo, di Antigone Puglia, la riflessione sulle condizioni, ai tempi del Covid-19, dei detenuti e di coloro che lavorano, a vario titolo, nel sistema penitenziario

LECCE - Di seguito il contributo dell'avvocato leccese Alessandro Stomeo, di Antigone Puglia, sulla particolarità della condizione carceraria ai tempi dell'epidemia da nuovo coronavirus.

L’idea erronea che il carcere sia un mondo a sé che debba appartenere solo a chi è recluso potrebbe, in questo momento, rappresentare anche un problema di salute pubblica per tutti. Le strutture detentive, tutte, non possono garantire, per come organizzate, neanche i minimi presidi sanitari di contenimento del rischio epidemiologico da Covid – 19.

Considerati i dati obbiettivi, e la altrettanto indiscutibile condizione di forzata promiscuità all’interno delle carceri, il rischio che le stesse possano diventare focolai incontrollabili di epidemia è altissimo, se non scontato e ciò, oltre a mettere a repentaglio la salute dei detenuti e degli operatori, causerebbe, in caso di diffusione del virus, un fattore di esponenziale aumento di contagi con rischi di tenuta delle strutture sanitarie interessate.

Il carcere di Lecce, ad esempio, con i circa mille detenuti ed altrettanti operatori (sanitari, di supporto, polizia penitenziaria) rappresenterebbe, in caso di diffusione interna del virus, una bomba epidemiologica incontrollabile. A destare preoccupazione, inoltre, è il completo isolamento dell’ambiente carcerario rispetto al resto della società, in termini di aggiornamento dei dati rispetto delle misure di contenimento, di test a tampone effettuati, di numero di contagi, di casi di ricovero ospedaliero.

L’interruzione dei colloqui personali con i parenti, con gli avvocati, con le associazioni che si propongono di sorvegliare la vita all’interno delle strutture, unitamente all’impossibilità di avere interlocuzione diretta con i distretti sanitari all’interno delle strutture carcerarie, ha reso quello degli istituti di pena un interregno gestito come un non luogo avulso dal resto della società.

Un fenomeno, quello appena descritto, già fisiologicamente presente in tempi di “normalità”, oggi si amplifica e può porsi al di fuori di ogni controllo di legalità. Le poche notizie che si raccolgono, frammentarie e non verificabili, non colmano, infatti, un preoccupante vuoto di percezione. La popolazione carceraria risente fortemente di questa condizione di totale inconsapevolezza del problema, delle misure adottate, della loro efficacia, delle misure di tutela, quindi percepisce un imponderabile rischio di incolumità che, come è già accaduto, può innescare anche problemi di ordine pubblico.

La destabilizzazione psicologica dei detenuti - e di tutti gli operatori che svolgono diverse mansioni all’interno del carcere – rappresenta, infatti, la parte più nascosta del problema. Il numero dei detenuti in Italia è di 58mila (1150 nella Casa circondariale di Lecce a fronte di capienza regolamentare di circa 800 posti), ben oltre la capienza massima consentita di 50mila unità con tasso d’affollamento pari al 120 percento circa.

Alla popolazione detenuta si devono aggiungere circa 38mila  agenti di polizia penitenziaria (distribuiti in vari compiti e mansioni), oltre al personale direttivo, sanitario, agli educatori ed assistenti sociali. Ben oltre 100mila, quindi, tra detenuti e altri soggetti che frequentano l’ambiente carcerario, ad escludere magistrati, avvocati e visitatori per i quali si è bloccato ogni contatto con la popolazione detenuta con provvedimenti governativi già dal 9 marzo.

Il Covid-19 è, però, già entrato nelle carceri. I dati a disposizione su scala nazionale, aggiornati al 22 febbraio, parlano di 19 casi di contagio tra i detenuti (uno solo noto nel carcere di Lecce), mentre 119 sono i contagiati tra gli agenti di polizia penitenziaria, 17 ricoverati mentre il resto in isolamento fiduciario; dati non aggiornati e che, probabilmente sono di maggiore entità. Considerata la tipologia dell’attività svolta (pubblica sicurezza), gli agenti venuti in contatto -all’esterno o all’interno del carcere - con soggetti, a loro volta già contagiati, non verranno posti in isolamento ma continueranno a svolgere attività, se possibile evitando mansioni che presuppongano contatti con la popolazione detenuta.

Le notizie che si possono avere svelano l’assenza di presidi sanitari sufficienti per la popolazione detenuta, alla quale non sono state distribuite mascherine protettive adeguate né guanti protettivi, e le carenze riguardano anche il materiale fornito agli agenti di polizia penitenziaria; si aggiunga che i detenuti, per questioni di sicurezza, non possono detenere candeggina o alcool, che son invece ritenuti disinfettanti idonei per gli ambienti contro la propagazione del virus.

Le strutture, per la capienza massima già sfruttata, non possono garantire isolamento dei contagiati, né distanziamento; i detenuti son almeno in numero di tre per ogni cella. La sorveglianza dinamica, ad esempio rimasta attiva nel carcere di Lecce, consente il libero spostamento dalla cella nelle ore diurne ma i luoghi di aggregazione fuori le celle sono angusti e non consentono distanziamento.

Nessuna precauzione, nota, riguarda il monitoraggio e la disinfezione di pacchi o posta giunti dall’esterno. In questo momento di emergenza sanitaria, come in tutti i casi di stress, il “sistema”, inteso come organizzazione della nostra società a tutti i livelli, svela brutalmente i suoi limiti e le sue contraddizioni. Tutta la polvere nascosta sotto il tappeto, in tempi di ordinaria amministrazione, rischia di riemergere inesorabilmente in momenti di pressione.

E’ evidente che la questione carceri, seppure oggetto di numerosi moniti di operatori della giustizia (associazioni, ordini, avvocati, magistrati e tanti altri) non è stata affrontata concretamente nelle sedi istituzionali, visto che le uniche misure adottate con gli articoli  123 e 124 del decreto legge del 17 marzo, che prevedono la detenzione domiciliare in luogo di quella in carcere per condannati con pena residua da espiare inferiore a 18 mesi, non ha dato ancora alcun tangibile risultato per le difficoltà note di applicazione dei dispositivi di controllo a distanza (braccialetti elettronici) che non sono disponibili perché in numero nettamente inferiore al fabbisogno.

L’avere subordinato la scarcerazione alla misura dell’applicazione del braccialetto elettronico ha, di fatto, reso impalpabile, in termini di riduzione della popolazione carceraria, l’iniziativa legislativa. Si è trascurato, inoltre, tutto l’aspetto riguardante i detenuti in custodia cautelare, ancora non raggiunti da verdetto di colpevolezza o innocenza; si tratta del 30 percento circa della popolazione carceraria, non prevedendo alcuna misura deflattiva.

Il problema, pertanto, è rimasto vivo e solo la riduzione straordinaria del numero delle presenze all’interno delle strutture detentive, con provvedimenti legislativi mirati e di rapida applicazione, garantirebbe il rispetto delle misure minime di contenimento del rischio contagio. Allo stato attuale delle cose, sarebbero necessari anche strumenti per il controllo rapido delle temperature corporee, presidi medico-chirurgici come saturimetri e costante controllo delle condizioni di salute di agenti e detenuti, anche in considerazione del fatto che moltissimi reclusi sono affetti da patologie che aumentano il rischio di letalità dell’infezione da Covid-19 (diabete, malattie cardiovascolari, e altre patologie).

Una misura concreta sarebbe quella di estendere a tappeto i controlli con tampone a detenuti e agenti di polizia penitenziaria, come pratica di prevenzione anche nei confronti di asintomatici. Sarebbe opportuno, insomma, che si avesse la possibilità di adottare misure minime di contenimento effettivo all’interno degli istituti di detenzione e che si potesse avere cognizione della condizione in cui versano migliaia di detenuti ed in cui sono costretti ad operare migliaia di agenti di polizia penitenziaria e di operatori.

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