Tra salute mentale e detenzione chi soffre è sempre l’essere umano

Un contributo di Sharon Orlandi e Ilaria Piccinno, osservatrici dell'associazione Antigone sulla condizione carceraria in Puglia

LECCE – Le condizioni di detenzione nei penitenziari sono un indicatore della civiltà di un Paese. Il monitoraggio è affidato, oltre che alle strutture di riferimento del ministero di Grazia e Giustizia, anche a organismi terzi che in modo indipendente si incaricano di vigilare sul rispetto delle leggi e delle convenzioni in materia.

Di seguito un contributo di Sharon Orlandi e Ilaria Piccino, osservatrici sulle condizioni della detenzione per la Puglia dell’associazione Antigone.

Attraversando i corridoi del Reparto di Osservazione Psichiatrica e del Reparto Infermeria della Casa Circondariale Borgo San Nicola di Lecce si sente solo il silenzio di un’istituzione che lascia i propri operatori in balia di vuoti normativi, sovraccarico di lavoro e servizi territoriali assenti che parcheggiano e dimenticano le persone detenute in reparti in cui non dovrebbero stare, o perlomeno non permanere sine die.

Svariati e differenti sono stati i tentativi messi in atto dal ministero della Giustizia e dal ministero della Sanità per garantire a detenuti ed internati con patologia psichiatrica un’assistenza sanitaria personalizzata e continuativa. Nella nostra città ha preso avvio nel 2017, a seguito della definitiva chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari. nel 2015, il Reparto di Osservazione Psichiatrica (R.O.P.), una sezione speciale all’interno dell’istituto carcerario prevista dall’ordinamento Penitenziario. Il R.O.P. dipende dal Distretto Asl competente per territorio ed è destinato al trattamento sanitario di imputati o condannati che durante la detenzione sviluppino una patologia psichiatrica, a condannati a pena diminuita per vizio parziale di mente ( art.111 c.7 D.P.R n. 230/2000)  ed a detenuti od internati, la cui condizione psichica debba essere posta sotto osservazione nelle apposite sezioni, dette “sezioni osservandi”, per una durata non superiore a 30 giorni, prorogabile (art.112 D.P.R n. 230/2000), i quali  versino in una condizione di infermità o minorazione psichica, non compatibile con la detenzione in sezioni ordinarie.

L’ingresso e l’uscita avvengono su decisione interna dell’amministrazione sanitaria e penitenziaria, senza alcuna previsione di un controllo giurisdizionale, come accade nel caso di ricovero in luogo esterno al carcere. È altresì sancito il rispetto del principio di territorialità, in base al quale dovrebbero essere inviati solo detenuti dalla regione di residenza.

Nei fatti è tutto ben diverso. Nel Rop di Lecce sono ospitate persone con patologie psichiatriche la cui permanenza si protrae oltre i 30 giorni previsti, per arrivare anche a diversi mesi. Il principio di territorialità non viene sempre rispettato, pena la lontananza dagli affetti da parte di soggetti con un equilibrio psichico già molto precario. Ad oggi sono solo 10 le persone presenti a fronte dei 20 posti disponibili, ma il reparto non ha accolto mai più di 15 pazienti dall’inizio della gestione. Innumerevoli le richieste di invio di detenuti da sottoporre ad osservazione psichiatrica, e a complicare ulteriormente la situazione c’è la carenza di personale; da ben cinque mesi all’interno del reparto vi è un solo medico psichiatra sui quattro previsti in organico. Una situazione precaria pronta ad esplodere improvvisamente. Una pazzia, è innegabile, lasciare un solo medico all’interno di un reparto così fragile e complesso. Il rischio di burnout è dietro l’angolo, laddove la pressione psicologica e la responsabilità di una struttura dipendano esclusivamente dalle decisioni di un singolo. Un luogo in cui dovrebbe prevalere la funzione diagnostica e riabilitativa del soggetto con patologie psichiatriche, lascia il posto ad un luogo in cui, come accadeva negli Opg., sembra piuttosto predominare l’aspetto custodiale, a scapito dunque dell’osservazione e trattamento del soggetto psichiatrico. Il carcere, limitandosi a contenere la malattia psichiatrica, assume così il ruolo di istituzione di “scarico” di soggetti problematici, precedentemente svolta dagli scomparsi Opg, spostando le problematiche senza realmente risolverle.

Di recente è stato indetto un bando di concorso per la selezione di medici psichiatri da inserire nell’organico del Rop di Lecce, ma è andato tristemente deserto. Manca, altresì, un lavoro di equipe, come assente è la formazione all’ingresso del personale medico che si troverà poi a contatto con soggetti con importanti patologie psichiatriche, e per di più in un contesto, quello penitenziario, fatto di regole ben precise da osservare.

Infine, 250 sono le persone detenute che attualmente, all’interno della casa circondariale di Lecce, assumono una terapia psichiatrica. Nel 2019 i detenuti in trattamento nell’istituto leccese rappresentavano il 29% del totale della popolazione detenuta. Nel reparto Infermeria di Borgo San Nicola, dove sono allocate anche persone detenute con disturbi psichiatrici, la situazione non è di certo migliore. Sono solo due i medici psichiatri a fronte dei 1054 detenuti. Il burnout anche qui è pronto ad entrare in scena.

Il disturbo di personalità è la diagnosi più diffusa all’interno del penitenziario e nei casi più attenzionati l’unica soluzione è il collocamento del soggetto in una comunità terapeutica esterna. Peccato per le liste d’attesa con tempi di inserimento molto lunghi che costringono  il detenuto ad attendere in sezione finché non si libera un posto. Molto spesso, l’unica risposta che il soggetto ha verso questa attesa è quella di mettere in atto gesti auto-etero aggressivi, aggravando ulteriormente il proprio stato di salute.

Nel carcere di Lecce è stato fatto molto dal punto di vista del reinserimento, della proposta professionale e della promozione della cultura. Si può dire che è un angolo virtuoso di umanizzazione della pena ma tuttavia è circondato dal deserto; un territorio che non investe e valorizza le risorse umane che lì dentro si sono formate negli anni. I servizi territoriali, che dovrebbero fungere da ponte, sono in realtà ponti tibetani fragili e ingolfati dove spesso si cela anche il pregiudizio verso il proprio utente.

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Quale possibilità possiamo dare a chi sceglie di ripensare la propria vita e di imparare un mestiere se non c’è continuità tra il dentro e il fuori? Come possiamo sperare in nuovi medici psichiatrici se il carcere ancora continua ad essere considerato un non nuogo, l’ombra oscura della città che a tutti i costi deve essere celata, anziché diventare parte integrante della stessa?

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