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“Moonlight Motel, Parigi" di Sergio Gilles Lacavalla: un romanzo laboratorio con una scrittura lirica e fisica

Lacavalla scrive un romanzo dal genere inesistente: sip-lit, letteratura da sorseggio data l’incandescenza della scrittura e del testo

Prologo

Jeanne era la mia unica amica. Quando tutto accadde, ormai dieci anni fa, avevo dodici anni. Ma ricordo ogni cosa. Ogni azione, ogni parola, gli sguardi. Mi capita di svegliarmi in piena notte, mi alzo e mi prendo qualcosa da bere, infilo un disco nel lettore. La penso così intensamente che posso quasi sentirla vicina. In certe albe, quando fuori fa freddo e pure qui dentro, faccio lo stesso. Mi metto davanti alla finestra e aspetto che il cielo si schiarisca: che il buio si apra poco per volta come una sorpresa svelata dal sole o dalla pioggia. Fumo con calma una sigaretta, intanto la musica sommessa mi accarezza come mi accarezzava lei. A Jeanne la mia musica piaceva: le mettevo un disco e lei riusciva ad andare avanti. […]

Mi chiamo Milla Pfaff Reims e vi dirò di Jeanne e dei suoi giorni. In realtà non racconterò nulla, mi limiterò a mettere in ordine questi fogli sparsi – qualche pagina si è persa di sicuro. Perché lo faccio? Quanto è successo ieri, forse, ha riportato in strada per pochi istanti l’ultimo doloroso residuo di quel periodo. O è stato invece l’articolo sul giornale di questa mattina, e in giro continuo a sentire troppe voci bugiarde parlare di lei. Non la lasciano in pace neanche adesso, e non sopporto di vederla bruciare ancora. Non in tutte quelle voci brutte. Qual è stato l’inizio? Forse un vero e proprio inizio non c’è stato: le cose sono avvenute come se non potesse andare diversamente. Si dice era scritto, e magari era scritto davvero tutto. Chissà però se lei lo sapeva. Di certo sapeva che quei giorni sarebbero finiti presto, perciò scriveva quello che le stava accadendo. Era proiettata verso l’abisso e cercava di delimitare lo spazio delle proprie azioni prima di sprofondare. Le sue parole sono aperte sul pavimento gelido, le rileggo dentro di me per scaldarmi un po’. Non aggiungerò niente ai suoi sguardi sparpagliati per terra a riflettere la luce di questo mattino di ferro e ricordo umido di pioggia; il giorno si infila dentro insieme al freddo. La leggo perché ho freddo. Jeanne sapeva riscaldarmi: le parole sono tutto ciò che mi resta di lei.

No. C’è pure l’anellino che portava al piede e ora è sul mio e Jeanne è nel mio cuore e io ho freddo e ho voglia di piangere.

Jeanne mi manca. (pp.9/10)

Nella cornice definita da un prologo e un epilogo si consuma Moonlight Motel, Parigi (Wojtek) di Sergio Gilles Lacavalla: un vangelo blasfemo sulla violenza del mondo contemporaneo diviso in due parti uniche. Due tempi, due atti in cui il male e la sua banalità oscillano tra la cruda realtà e l’anestesia emotiva dei personaggi.

Moonlight Motel, Parigi è la storia di Jeanne (il nome è un chiaro riferimento a Giovanna d’Arco e alle sue visioni), una donna distrutta dagli abusi del marito e dall’isolamento sociale a cui la condanna che, una sera, guarda in televisione il film Jean d’Arc di Luc Besson e ne rimane ispirata. È una donna che vuole giustizia, che vuole riscattarsi dalla condizione in cui è costretta a vivere. Decide perciò di ribellarsi, di vendicarsi e per farsi aiutare assolda Gilles, un ex poeta, scrittore, letterato che, proprio grazie a quel tipo di formazione, decide di confluire nel magma della guerra e della violenza, uniche possibilità di soluzione per proteggersi dalla crudele contingenza. Gilles è un assassino, un delinquente, un terrorista, un giustiziere e un uomo innamorato. È colui che la conduce, l’accompagna e la protegge nella battaglia. A Jeanne lo presenta Milla, la sua vicina di casa

Gilles indossa una camicia nera sbottonata sul petto, ha pettorali scolpiti e bianchi; in una fondina di cuoio  tiene una rivoltella da una parte e una di quelle armi orientali – credo si chiami nunchaku - dall’altra; si intravedono sotto la giacca aperta. Nera anch’essa. Gilles è un amico di Milla. È stata lei a condurlo qui, sapeva che ne avevo bisogno. […] Stratega, temerario, impudente. Tra la volontà di Dio e l’azione di Satana. […] è il comandante delle mie truppe, mi accompagnerà in battaglia e non mi lascerà sola neanche per un momento […] Adesso mi aspetta la guerra. La guerra è appena iniziata. (pp.28/29)

Milla sarà poi la depositaria delle sue memorie. Milla che, con il suo silenzio, il suo mutismo, ascolta ogni episodio di abuso e violenza che si consuma ai danni di Jeanne.

Al netto della trama che si definisce leggendo il libro, Moonlight Motel, Parigi è un romanzo disturbante e lirico, quasi omeopatico; è un’operazione letteraria che apre alla complessità, all’anarchica, al caos, all’incandescenza lavica. È una Pompei di carta. Una stagione all’inferno dove l’inferno siamo tutti e non les autres e basta.

Se si potesse definire con un genere che non esiste, Moonlight Motel, Parigi  sarebbe un sip-lit, un romanzo da leggere a piccoli sorsi per non bruciarsi, per metabolizzare l’incandescenza, per cogliere la rarefazione e la capacità di essere oltre, di essere precursore di qualcosa di estremamente nuovo ancora adesso, a tre anni dalla sua pubblicazione. E non è solo la storia che racconta a renderlo tale, è soprattutto la lingua.

La lingua di Lacavalla è la vera protagonista del romanzo, un romanzo laboratorio in cui le dita seguono i contorni delle parole e le parole sono sottili e taglienti come lamette pur restando poetici fermenti di vita. Le parole macchiano di sangue e d’inchiostro le pagine e ostentano sfacciatamente il peso febbrile dello stesso inchiostro su una carta fatta di pelle fragile.

Moonlight Motel, Parigi è putrescenza e folgorazione della parola. È paura della parola e impossibilità di non usarla dopo aver ceduto ai fatti che si è scelto di raccontare. È lisergia, trasfigurazione, cannibalismo verbale. Lacavalla lavora per occlusioni emozionali e avvitamenti materici, porta il lettore in una dimensione bondage della lettura e poi allenta la morsa e lo libera in una notte di sogni che si frantumano come uno specchio che riflette un chiaro di luna scomposto.

Le parole sono tatuaggi su un corpo-libro, e il romanzo un puzzle irrisolvibile di corpi cubisti, mutanti, in perenne riconfigurazione. Corpi e porzioni di corpi. Pezzi di corpi feriti, in uno stato colliquativo, difficili da tenere insieme. Corpi che fanno sesso, che si muovono ossessivamente come la lancetta di un metronomo, come il braccio di un orologio a pendolo in un disperato nichilismo che vacilla tra eros e thanatos; l’unico diversivo è il black-out post-orgasmico, una trance spirituale. Vitalità ricercata e pausa dalla vita, una piccola morte per poi riprendere il tragitto mai violato né violabile del movimento malinconico oscillatorio a cui è condannata Jeanne.

Jeanne che combatte solo per trovare dolcezza nella sua vita.

Sullo sfondo si sente una musica che si fa ambiente, strumento e tramite di resa alla logica, un tatami sonoro su cui si soccombe dopo un corpo a corpo con la lettura.

Lacavalla è un coroner e un crooner, viviseziona corpi e testo mentre canta una ballata struggente.

Si percepisce inoltre il legame di Lacavalla con il linguaggio fotografico, è un David Lachapelle che, nel passaggio alla scrittura, perde la lisergia del colore cibachrome per abbracciare immagini trasparenti, translucide con una netta inversione in chiaroscuro.

Nel linguaggio dell’arte contemporanea Moonlight Motel, Parigi sarebbe un’installazione iperrealista nata dalla collaborazione tra Otto Dix e Ron Mueck ospiti in una casa acquario piena di  formaldeide del primo Damien Hirst.

Sergio Gilles Lacavalla. Scrittore, drammaturgo, giornalista, regista e attore teatrale, fotografo. Il suo ultimo libro è il romanzo Moonlight Motel, Parigi (Wojtek Edizioni). Ha lavorato come giornalista per una ventina di testate, tra quotidiani e periodici, occupandosi di rock, jazz, danza, cinema, teatro, arti visive e letteratura. Ha scritto, tra gli altri, testi sul Messico dei Maya e dei Mexica Mexica.Collapse (Casadei libri), sull’India, Codice India – Un ineffabile stato di grazia (Incontri Internazionali di Rovereto-Oriente Occidente), sulla danza butoh, Trasform’azioni 10 (Editoria & Spettacolo) e il saggio narrativo Rockriminal. Murder Ballads. Storie di rock balordo e maledetto (Coniglio Editore) – che ha portato in giro in reading concerto con una band post punk post industrial noir pop crime jazz country. Come drammaturgo i suoi più recenti lavori sono i drammi del ciclo  “Atti sul rimpianto e sulla perdita”e “amoR”. Suoi racconti sono apparsi su varie riviste letterarie (“deComporre”, “Storie”, “Ovunque”, “Pastiche”, “In fuga dalla bocciofila”, “Kairos”, “Sulla quarta corda”, “Verde” – su “Verde” pubblicava ogni ultimo lunedì del mese le rubriche “Rock criminal” e “Ascenseur pour l'échafaud”). Un racconto dal titolo “Memory Hotel” è contenuto nell’antologia Ritorno a Hanging Rock (Edizioni Arcoiris) nella collana tReMa diretta da Emanuela Cocco.

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