Economia

Fiom in sciopero contro Monti: “Senza politiche industriali coliamo a picco”

L'attivo provinciale dei metalmeccanici accende un faro sul Salento desertificato dalle imprese che chiudono. Il segretario nazionale Brancato: "Negli anni '70, nel pieno delle rivendicazioni operaie, Italia prima per produttività"

Massimo Brancato segretario nazionale Fiom

 

LECCE – Gli scenari socio economici attuali spaventano, non poco, la Fiom Cgil che organizza a Lecce un incontro aperto a cittadini e lavoratori. I metalmeccanici affinano le armi in vista “dell’ inevitabile” sciopero generale di categoria proclamato per il 6 dicembre, con manifestazioni e comizi in tutto il Paese, Bari compresa.

I precari, gli operai, gli studenti, i pensionati, gli esodati sono richiamati all’ordine: “Invitateli a partecipare, è l’ora di agire”. Il numero uno della segreteria leccese sa quel che dice: ne ha viste passare di ogni sotto i suoi occhi. Dalla fioritura al lento spegnimento del settore metalmeccanico. Ora, nel picco di una crisi che sfiora i livelli del ’29, “quando la situazione sfuggita di mano degenerò in totalitarismo”, Salvatore Bergamo guarda al Salento come ad un territorio desertificato.

L’elenco delle aziende che hanno attuato regimi di lavoro ridotti, contratti di solidarietà o “sull’orlo del fallimento”, addirittura, scorre come un bollettino di guerra: Rossi spa, Lasim, Alcar, Sirti, Omfesa, Fiat Cnh e aziende satellite, Ip Korus e Iacobucci nella riconversione della Manifattura tabacchi. “Se i politici ladri devono andare a casa, ci devono andare anche gli imprenditori incapaci”, tuona Bergamo. Le vittime cadute al suolo in questa guerra tra poverissimi, sarebbero i lavoratori, lentamente privati delle tutele sindacali, dei diritti basilari, ferie, malattie, salari dignitosi. “Morti nella dignità”, aggiunge, puntando il dito contro il “fantasma di Pomigliano” che si sarebbe materializzato in ogni fabbrica:  il modello, cioè, applicato da Fiat nello stabilimento di Pomigliano D’arco, in provincia di Napoli, che avrebbe fatto da “apripista” allo smantellamento del contratto collettivo nazionale.

Per non parlare delle polemiche sulla riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, “manomesso nella sua essenza”, in difesa del quale il sindacato si è attivato con una imponente raccolta di firme. Il collega Massimo Brancato, responsabile nazionale Fiom per il Mezzogiorno, ha una visione lucida, e di respiro internazionale, sui tempi che corrono.

Fiom si arma contro il governo tecnico. Quali sono le motivazioni  cardine dello sciopero?

“L’esecutivo di Mario Monti, usando la crisi, sta adottando provvedimenti che colpiscono i diritti dei lavoratori. La Fiom, invece, punta ad una politica industriale per salvare interi comparti del settore ed ha lanciato una proposta di accordo a Federmeccanica che punta a salvare tutti i posti di lavoro, aumentando i salari attraverso una loro defiscalizzazione. La proposta è stata respinta anche dalle altre sigle sindacali (Fim e Uilm, ndr) che hanno deciso di proseguire in un accordo, da cui siamo stati illegittimamente esclusi, sul rinnovo del contratto nazionale di lavoro. La trattativa partirà non da una contrattazione sindacale, ma da un documento di Federmeccanica che ricalca il modello di Pomigliano. Questo sciopero, inoltre, è in perfetta continuità con quello proclamato dai sindacati europei, perché non si esce da questa crisi con le ricette della Bce e dell’Unione Europea”.

Le politiche industriali adottate per il settore metalmeccanico sono indicative della piega che sta prendendo l’economia nazionale?

“Si tratta di un settore certamente decisivo per la tenuta di un Paese che non può risollevarsi aprendo pizzerie o aggiungendo un ombrellone in più sulla spiaggia. Questo governo non ha politiche industriali, e le imprese sono abbandonate a sé stesse. Il mercato, da solo, non ci tira fuori dalla crisi ma rischia di sancire il fallimento del sistema paese”.

Questo gioco “al ribasso” sulla forza lavoro può essere uno strumento competitivo per le imprese a livello internazionale?

“Esiste una visione consolidata secondo cui, per aumentare la produttività, che è il vero tallone d’Achille del nostro Paese, bisogna comprimere i diritti, non garantendo i minimi salariali. Al contrario, un documento dell’Ocse – non della Fiom – dimostra che tra i più grandi Paesi industrializzati l’Italia era prima per produttività negli anni ’70. Un periodo non casuale, perché seguiva gli anni dell’autunno caldo. Alle maggiori conquiste dei lavoratori, quindi, ha corrisposto un aumento di produttività delle imprese”.

Perché?

“Perché le aziende, se volevano creare margine e profitto, erano costrette ad innovare e investire nella ricerca. Quando, invece, a partire dalla legge Treu, poi Biagi fino agli ultimi provvedimenti di Sacconi, la produttività crolla. E questo perché la competizione internazionale si gioca sulla leva del costo del lavoro”.

Come si vince, allora, la sfida della globalizzazione?

“Noi non possiamo resistere nella globalizzazione percorrendo questa strada. O guardiamo alle eccellenze, valorizzando il lavoro e la professionalità grazie ad una seria politica industriale, oppure questo Paese crollerà”. 

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