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Terzapagina. "A te", l'omaggio incompiuto di Fiorella Mannoia a Lucio Dalla

Un disco tributo al cantautore bolognese scomparso, che si arricchisce di ottimi arrangiamenti, di preziose collaborazioni e della solita speciale interpretazione della voce al femminile, ma che smarrisce l'intensità iniziale

@TM News/Infophoto.

Può un album bello lasciare un senso di incompletezza? Ascoltando "A te", l'omaggio definito "doveroso" che Fiorella Mannoia ha voluto tributare al compianto Lucio Dalla, la risposta è sì. Perché la voce, l'interpretazione, l'eleganza di una delle migliori artiste italiane sono indiscutibili, ma, tra i tanti pregi dell'album, qualcosa sembra sottilmente scricchiolare. Chissà cosa ne penserebbe il destinatario di questo ricordo, che campeggia nella copertina della raccolta.

Atteso ed ampiamente pubblicizzato, "A te" è nato in presa diretta, registrato quasi d'un fiato, a metà tra la sensibilità espressiva del mondo della Mannoia e l'emozione della poesia di uno dei più grandi autori che la musica italiana possa annoverare. Il mix, nelle premesse, è quello di un disco che non può banalmente considerarsi "normale".

E, infatti, "A te", come detto, ha tanti pregi e non solo legati alla voce della Mannoia, che è una sicurezza e che resta seconda solo alla tigre di Cremona Mina, l'interprete più convincente del panorama musicale nostrano: ci sono degli arrangiamenti impreziositi da musicisti e direttori d'orchestra come Paolo Buonvino (vincitore di un David di Donatello e di un Nastro d’Argento), Peppe Vessicchio, Pippo Caruso, Stefano Zavattoni e Marcello Sirignano.

Ci sono le atmosfere evocative della lirica del cantautore bolognese, riletto attraverso una scaletta di brani che alterna i successi di un repertorio più che trentennale a canzoni di nicchia. La partenza è di quelle che lasciano senza fiato con la delicata proposta di “Stella di mare”, accompagnata dai violini e dal pianoforte di Danilo Rea.

Poi scorrono le altre tracce, pian piano, in una rarefazione di quell'intensità iniziale: da "Se io fossi un angelo" a "Chissà se lo sai", da "La casa in riva al mare" ad "Anna e Marco", da "Milano" a "Caruso", la strada sembra segnata dalla perfezione nell'esecuzione, dall'impeccabile interpretazione, quasi accademica, calibrata, che alla distanza risulta sempre meno emozionante. E qui iniziano i difetti, perché non basta evidentemente una grande voce e un'ottima elaborazione per rendere memorabile un disco. Qualcosa accade nel duetto con Ron "Felicità", dove si torna a respirare una presenza nella voce di chi ha fiancheggiato un artista immenso come Dalla.

Poca roba, invece, "La sera dei miracoli", il duetto con Alessandra Amoroso, che si ascolta senza trasporto. La sensazione al termine del lungo ascolto è quella di un percorso musicale piacevole, un po' enfatico e senza colpi d'ala. Sono lontane, insomma, le trovate di Dalla, i suoi trilli anomali, le sue svolte ironiche e quella ricerca di imperfezione che rendeva tutto meno certo, ma più coinvolgente.

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