Lunedì, 14 Giugno 2021
Gallipoli

Ricordo di Carlo Coppola

Il ricordo di Elio Pindinelli, presidente dell'associazione "Gallipoli Nostra"

Nota- Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di LeccePrima

Esattamente un anno fa Carlo Coppola ci ha lasciati, dopo tantissimo tempo che ci ha legato alla sua paterna amicizia, alla sua proverbiale bontà d'animo, alla sua generosa disponibilità, ma soprattutto alla sua entusiastica, quasi fanciullesca condivisione, delle nostre pazze giovanili utopie, che erano in sostanza le sue: riscattare un passato; ricostruire una memoria; preparare un futuro identitario alle giovani generazioni.
Tanti come me che hanno conosciuto don Carlo, come famigliarmente usavamo chiamarlo, sono stati da sempre colpiti dal suo garbo riflessivo e pacato, con cui affrontava le questioni, anche quelle più ostiche o di non semplice soluzione. Il suo era sempre un atteggiamento di consumata saggezza, volto comunque a stemperare le differenze, e con esse a conciliare un possibile consenso sulle scelte da adottare.
A Carlo mi legano mille ricordi ed anche il rispetto e l'affetto con cui da sempre ha voluto seguire le mie modeste fatiche nel campo degli studi storici locali. Ripeteva sempre che occorreva saper indagare e raccontare la realtà storica, unendo finezza culturale e professionalità, spirito critico e passione.
Non si comprenderebbe, d'altronde, quel suo immediato innamoramento verso la nostra Associazione se non capendo le sue aspirazioni ideali verso un bene comune, concepito nel segno di una solidarietà umana e sociale di una collettività, in cui la storia ha dovuto certamente stratificare un vissuto millenario di orgogliosa appartenenza e, con essa, uno struggente sentimento di tenero amore per la nostra terra, che come spesso affermava "era benedetta dagli dei e devastata dagli uomini".
Fu nel corso di uno dei miei più intensi colloqui con lui, nel lontano giugno del 2003, che mi si fissò nella mente e nel cuore, un'immagine che mi porterò dietro nell'eternità: la terra della remota felicità.
Dopo una sua lettera carica di umana comprensione e spirito di solidale amicizia, gli lessi una mia composizione poetica, frutto di quella mia grande disillusione morale e politica che in qualche modo lo aveva stimolato a scrivermi. La ascoltò in silenzio, dicendomi alla fine: "il nostro amore per questa amara ed ingrata terra ha come ricompensa il nostro testardo orgoglioso sentimento di appartenenza, che ci salva dal degrado intellettuale".
A distanza di un anno mi emoziona il pensiero di quell'uomo, mite e riflessivo, che ha dedicato la sua esistenza a sostanziare di valori l'agire dei giovani: l'orgoglio dell'appartenenza, l'amore per il loco natio, la comprensione reciproca, la lealtà e il bene comune.
Fu generoso e magnanimo, perché provvisto del raro dono di amare la propria terra e le proprie origini, verso cui riversò ogni suo interesse di promozione, crescita e soprattutto di ricostruzione di una Memoria condivisa.
E ciò fece ad iniziare dalla propria famiglia, illustre per passato, ma stimolo per rappresentare ai posteri esempio concreto di operosità fattiva e di amore per la propria terra. La storia, il passato e le tradizioni sono le radici che devono essere nutrite per rinverdire l'albero del presente e produrre i frutti del futuro.
Parlando con lui, or sono tredici anni fa, in occasione della produzione del libro sulla chiesa dell'Immacolata, da lui e dalla sua famiglia finanziato, si discuteva sul significato delle grandi tele presenti nell'Oratorio confraternale, di cui era fervente sodale. In esse sono illustrate le storie di Tobiolo che non a caso venivano calate in un contesto dell'attualità della sua stessa famiglia.
Eravamo ambedue convinti che le raccomandazioni di Tobia al figlio sono le tradizioni della propria famiglia e del proprio popolo, per cui nessuno può iniziare un nuovo cammino dimenticando le proprie radici.
Il giovane Tobia accetterà i valori del Padre, ma dovrà un giorno staccarsi dal padre e vivere autonomamente e in piena libertà la sua vita.
Arriva cioè il momento di doversi staccare dalla famiglia e gettarsi nella pericolosa e rischiosa competizione dell'esistenza umana e sociale. Essa è un viaggio verso l'ignoto, dall'altro verso una meta che è possibile scoprire solo accettando di lasciarsi guidare.
Senza nulla voler togliere agli affetti della famiglia, anzi contribuendo a rafforzarli nel ricordo di lui, noi ci sentiamo figli spirituali di un tanto Padre, che ha segnato in noi e per coloro che verranno dopo di noi, un cammino di amore e di passione per questa nostra terra della felicità.
Grazie don Carlo, grazie di aver creduto in noi.

Elio Pindinelli
Presidente Associazione Gallipoli Nostra

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