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Otranto: tornano i souvenir con paesaggi d'altri paesi

Ad un anno di distanza dalle precedenti segnalazioni, strani souvenir con paesaggi d'altri paesi tornano a far discutere. È lecito domandarsi se sia questa la promozione per un turismo di qualità

Ci risiamo. Neanche farlo apposta. Dopo undici mesi dall'inchiesta sui souvenir di Otranto con paesaggi di altre città (https://www.lecceprima.it/articolo.asp?articolo=3378), l'argomento torna d'attualità. Anche grazie alle segnalazioni puntuali di un lettore affezionato a queste pagine, che Otranto la conosce bene e che ovviamente si è meravigliato di ritrovare ancora una volta gli infausti oggettini, esposti in un alcuni negozietti del centro storico. E come dargli torto, quando si deve riscontrare che, nonostante i discorsi fatti sulla "qualità" e sull'attenzione al territorio, non sembra essere cambiato nulla?

I souvenir di Otranto "contraffatta" tornano di moda. O più semplicemente non sono mai spariti. Ovviamente occorre puntualizzare che, per fortuna, non tutti i commercianti di Otranto si divertono a spacciare per immagini "vere" quelle che, in realtà, sono palesemente oggetti prodotti in serie (Made in China?) e buoni per qualsiasi località turistica. Ci sono commercianti che dinanzi a panorami indifferenziati sanno dire anche "no", pretendendo prodotti che abbiano realmente a che fare con la tradizione delle città. Otranto, del resto, si presta bene ad una produzione di scorci, monumenti, luoghi da immortalare in un semplice souvenir. Se esistono, dunque, i commercianti attenti a questi particolari (non di poco conto), sarebbe anche logico attendersi lo stesso atteggiamento da chi, invece, sembra non curarsene. Non si può, peraltro, credere alla favola che i commercianti in questione non abbiano "colpa": le merci che vendono, hanno evidentemente facoltà di scegliere. Quindi, anche di rifiutare.

Spacciare un'immagine che potrebbe essere Positano, Rimini, una riserva australiana attorniata dal mare o frutto semplicemente dell'immaginazione di un progettista del settore, per un angolo di Otranto significa truffare gli ignari turisti, falsando la realtà dei luoghi. E se i commercianti in questione non sono "truffaldini", occorre credere che almeno siano sprovveduti: basta guardare le immagini che vendono, per capire che di Otranto c'è solo la scritta.

Il cliente, d'altro canto, avrebbe sempre la facoltà di punire i commercianti in questione, non acquistandone certi prodotti "scadenti", ma la logica un po' da "bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto" non può diventare la scusante ad hoc per quanti persistono sulla linea dell'"anonimato otrantino". Perché di questo si tratta: fare di Otranto ciò che non è, emarginandola dalle sue tipicità, significa costringerla all'anonimia. È persino inutile ricercare affannosamente le vie del "marchio comunale di qualità" o i circuiti della Bit, se poi, a monte, manca ancora una cultura commerciale e turistica in grado di maturare e di comprendere il valore del "tipico". L'amministrazione e le associazioni di settore possono avere un ruolo determinante, per evitare che questa "anonima" promozione perseveri ancora. E a chi voglia, invece, perseverare ad oltranza la pratica infelice, si potrebbe almeno suggerire di non riportare nei souvenir immagini di basolato fiorito: quello ancora ad Otranto non si è proprio visto.

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