Maestro, sei la colonna sonora delle nostre vite. Come puoi disturbarci?

Genio e umiltà. Piccolo ricordo per un artista immenso e irripetibile. Ennio Morricone ha composto musiche che ci accompagnano da sempre

Ennio Morricone, foto @Ansa

C’è un momento, nel cinema, che sfiora la perfezione. E’ il finale di C’era una volta il West. Qui alberga  l’incrocio fra il sentimento e la passione che unisce in modo indelebile due geni dallo stile forse irripetibile, specie in questo periodo storico che scorre con una tale velocità da divorare il pensiero stesso, l’idea, il sentimento. E’ l’attimo in cui ogni cosa è esattamente al suo posto. Esattamente al suo posto. E vorrei che vi soffermaste su questa locuzione: esattamente-al-suo-posto.

Una finzione scenica, siamo d’accordo, quella di Sergio Leone e di Ennio Morricone. Parole e mosse studiate. Musica che si sovrappone al momento giusto. Vista così, sembra semplice. Ma non è semplice. Affatto.

Qui siamo nell’alveo della pura invenzione, teatro in pellicola, e forse di più, qualcosa che non ha un nome. Magia del vero cinema, di chi l’ha amato, come arte. Di chi l’ha reinventato in visioni su una sponda e in musica sull’altra. Quanto di più lontano dalla decadenza della maggior parte di attuali rappresentazioni artificiose. Qui, siamo all’elogio del tempo. E dei tempi. E probabilmente non è vero che esistono tempi morti, nel cinema. Esistono solo  per i registi scarsi che hanno compositori di colonne sonore frettolosi.

Qui, siamo nel 1968. Non c’è trucco, non c’è inganno, non c’è grafica computerizzata.

Riguardiamo insieme. Frank (un Henry Fonda concentrato di pura crudeltà) è appena morto e già Morricone ci ha regalato un accompagnamento sonoro intramontabile su un duello drammatico e fantastico, ricco di suggestioni dettate dalla mano di Leone, fra lunghi piani sequenza, perfetta profondità con l’applicazione della regola dei terzi (che la fotografia ha rubato al cinema) e sontuosi primi piani che restano scolpiti nella mente. La missione è compiuta, vendetta in memoria del fratello è fatta. E’ ora di ripartire.

Molti film, forse, sarebbero finiti qui. E invece, no, C’era una volta nel West riserva emozioni ancor più grandi, come un fiore che voglia continuare a sbocciare in eterno. E Leone e Morricone hanno in serbo altre sorprese. Dopo il sangue, la poesia.

Cheyenne (Jason Robbards) avvicina la mano alla pistola. Non si sa chi varcherà quella soglia, dopo il duello. Jill (Claudia Cardinale) si volta e osserva. Attimo di sospensione, fiato in gola. Poi, il suo volto s’illumina e la luce che emana per un istante sembra voler sfondare lo schermo. E’ Armonica (Charles Bronson).

Si sente sbattere la porta. Passi pesanti sulle assi di legno sconnesse. Attacca la musica, piano, lenta. Le prime note si affacciano sul sorriso di una Claudia Cardinale radiosa, incantevole, indimenticabile. Poi, stacco su Charles Bronson, faccia increspata e rosso fuoco scolpita nella roccia, due occhi di un azzurro gelido. L’espressione di Jill-Cardinale cambia, il sorriso si spegne, la speranza diventa in un istante consapevolezza. Lui non resterà, come aveva previsto Robbards-Cheyenne. Gli occhi non s’incrociano più. “Io ho finito qui”.  E si stende una voce da soprano che incanta e provoca la pelle d’oca allo spettatore.

Poesia eterna scaturita dall’incontro fra due geni, Leone e Morricone. Ogni cosa esattamente-al-suo-posto. Le immagini, i dialoghi scarni ed essenziali, come sentenze sputate da una Colt. E la musica. La musica che interviene nel momento esatto in cui serve un accompagnamento emotivo, una sottolineatura dopo il rumore di uno sparo o quello delle martellate degli operai che costruiscono la ferrovia. Compimento dell’assoluto. Come lo scontro di atomi che genera un nuovo Big-Bang, un altro universo, dove ogni cosa trova una sua sistemazione matematica in natura.

Ma se il connubio fra Leone e Morricone ha generato leggende, Morricone è egli stesso leggenda per aver donato immortalità, con la sua musica, anche a pellicole meno note. Troppo facile ricordare C’era una volta il West. Troppo semplice menzionare altri capolavori in cui sia presente la mano del Maestro. In ordine sparso: Nuovo cinema Paradiso, C’era una volta in America, Per un pugno di dollari, Il buono, il brutto e il cattivo, Gli intoccabili, Mission, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, The the hateful eight e via dicendo.

Spesso, grazie a Youtube, riguardo la scena della sfida de Il Mercenario. Un quasi dimenticato western di Sergio Corbucci con Franco Nero, Tony Musante e Jack Palance. La riguardo non perché sia profondamente grottesca, con Nero (Sergei Kowalski) a fare da arbitro fra Musante vestito da pagliaccio (Musante) e uno spietato Palance (Ricciolo). Ma perché l’accompagnamento musicale, L’arena, è formidabile nell’infondere un’anima vera a quella scena.

I tempi, come sempre, perfetti. L’accompagnamento è in un crescendo tesissimo, con il classico fischio in sottofondo a generare ancor più aspettativa. E quando Nero dice a Palance: “Se vuoi ucciderlo, dagli la possibilità di difendersi”, lanciandogli un fucile, subentra un suono di tromba. E’ struggente. E’ il suono dell’ineluttabile, della morte che arriverà per uno dei due sfidanti. L’apice dello scontro. La segue fino alla fine, quella sequenza, la tromba, scemando in perfetta coesione con la caduta di Palance tramortito e incredulo dal perfetto colpo esploso al centro del suo cuore.

Talmente evocativo, quel pezzo di Morricone, che molti anni dopo Quentin Tarantino, uno che abusa dei primi piani alla Leone, l’ha sfruttato per il drammatico momento di Kill Bill volume 2 in cui Michael Madsen (Budd) prova a seppellire viva Uma Thurman (Beatrix Kiddo) e lei, invece, si libera.

Nulla di eccezionale, se si considera che Tarantino è un cinefilo incallito, prima ancora che un cineasta. Il bello è che il crescendo della tromba, qui, invece di suonare come preludio di morte, accompagna la speranza e poi la liberazione, con l’incredibile uscita dalla tomba rappresentata dalla mano di Uma Thurman che si solleva dalla terra, laddove, nello stesso passaggio finale di tromba ne Il mercenario, Jack Palance moriva.

Un ribaltamento interpretativo sorprendente, che parte da una premessa simile (una situazione drammatica) ma ha un risvolto completamente opposto. Segno evidente che la musica del Maestro è immortale, malleabile al pensiero, in grado di suscitare emozioni e immagini distinte, di essere estrapolata a volte da un contesto e reimmessa in un altro, magari, persino con maggior successo.

Tutto sta a come noi vogliamo ascoltare le sue melodie. Tarantino l’ha capito, come tutti noi, e ne ha fatto tesoro per i suoi film. Ecco perché ogni giorno, per anni, senza accorgercene abbiamo ascoltato le musiche di Ennio Morricone e non per forza le abbiamo associate a un film preciso, ma a un sentimento nostro, personale. Un accompagnamento a un momento intenso della nostra vita. Felice o meno che fosse.

Credo che Ennio Morricone abbia saputo parlare ai cuori come pochi altri, usando le note musicali come fossero a volte schiaffi, altre volte carezze, in alcuni casi sberleffi. Credo che un artista come lui, completo come lui, con questa profondità, una tale sensibilità, sia unico, nella storia. Così vicino a tutti noi da parlarci al cuore come può, per esempio, Gabriel’s oboe, senza aver per forza aver visto Mission. Tutti gli dobbiamo un tributo, perché Ennio Morricone è stato e continuerà a essere la colonna sonore delle nostre vite.

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"C'è solo una ragione che mi spinge a salutare tutti così e ad avere un funerale in forma privata: non voglio disturbare", hai detto nel necrologio scritto di tuo pugno. Maestro, che la terra ti sia lieve. E, fidati, non hai disturbato nessuno. Anzi. Anzi. So che disturba i più il fatto che tu non sia più con noi.

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