Sabato, 25 Settembre 2021
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“Lei che non tocca mai terra”, favola noir del salentino Andrea Donaera

Il suo secondo romanzo è incentrato sul mostro mascherato da santone, l’eroe buono che dice bugie per farsi accettare, e la principessa prigioniera del suo stesso sonno che da sveglia rifiuta gli altri per paura di essere rifiutata

Lei che non tocca mai terra (NN Editore, 2021), in libreria dal 9 settembre, è il secondo romanzo di Andrea Donaera, giovane scrittore salentino che si è occupato di poesia e teatro e ha esordito nel 2019 con Io sono la bestia (NN Editore).

Un romanzo ricco di suggestioni difficili da rendere organiche perché la sua è una scrittura che frammenta l’ego, che sottrae la visione d’insieme; una visione che si costruisce con nitidezza durante la lettura, che apre infiniti micro mondi in cui è facile e si ha voglia di perdersi.

Lei che non tocca mai terra è un romanzo con un’identità precisa e originale perché Donaera ha uno strano talento anticonformista e uno sguardo innocente che gli permette di osservare con ingenua semplicità gli avvenimenti più dolorosi o più nefasti della vita, e trattarli in maniera convincente.

Il romanzo ha una struttura narrativa atomica, dispone i personaggi su orbitali che ruotano attorno ai protagonisti Miriam e Andrea, e racconta il caos che dimora in ognuno di essi, lasciando emergere lo scenario nero e agonizzante della loro condizione umana.

Ambientato in una Gallipoli che dell’etimo non mantiene nulla (kalè polis, la città bella), agli occhi dei protagonisti e della generazione di millennial che rappresentano infatti è solo un paese di merda; ci si ritrova in una terra del rimorso lontana dall’oleografia patinata degli ultimi decenni, che il turismo di massa con la sua visione miopica trimestrale estiva le ha cucito addosso.

Miriam e Andrea sono due ragazzi che condividono uno stato di calamità personale dovuto a un passato familiare complesso e coltivano l’inconscio desiderio di costruire un futuro oltre l’albero genealogico.

Il luogo dell’amore disperato che li unisce è il letto di casa di Miriam, che dopo un incidente è in coma; una zona franca in cui i ricordi di lei incontrano le parole disperate di lui, che cerca di tenerla in vita. Siamo nella casa del primo cittadino di Gallipoli, Miriam è sua figlia; una casa che puzza di fritto di polpette e anaffettività genitoriale. Il padre è sempre impegnato con la politica, alla ricerca disperata del consenso, la madre a rimuginare sull’assenza del marito e la morte della sorella che si scopre nel corso della lettura chiamarsi Miriam; qui Donaera scomoda la Metagenealogia jodorowskyana, quel transfer del destino che tocca a tutti coloro che ereditano il nome di un parente morto.

Miriam giace a occhi chiusi sul confine tra vita e morte, in uno stato letargico, confortata dalle parole di Andrea e dai messaggi vocali della sua amica Gabry che vive a Bologna.

Il suo sonno è un meccanismo di difesa, il risultato di una dissociazione psicologica, della sua volontà inconscia di prendere una distanza di sicurezza emotiva dagli eventi traumatici della vita, di guardare la vita con gli occhi chiusi perché le risulta difficile muoversi nella contingenza?

Lo si può capire solo leggendo la storia il cui finale inatteso conferma la bravura dell’autore.

Miriam, a differenza della madre che è un animale in gabbia senza speranza e possibilità di fuga, osa credere di poter trasformare la sua libertà di pensiero in liberazione dai genitori, dalla casa in cui abita, dal passato che ha ereditato alla morte della zia materna, ma ancora non è strutturata per affrontare uno spazio di fuga che esuli dalla sua mente e non è in grado di fronteggiare la crudeltà del mondo fuori pur essendoci andata incontro senza difese, spinta solo dalla curiosità del proibito.

Il suo mondo è fatto di dolori silenziosi e cumulativi tragicamente familiari, di piccoli riti quotidiani vissuti nella dimensione domestica, chiusa e asfissiante, che mal odora di polpette fritte, ma che ha una sua, seppur malsana, rassicurante armonia nera; le perturbazioni arrivano infatti dall’esterno, dal muoversi fuori da quel contesto perché il fuori è l’elemento estraneo che ha scosso e minato il suo labile equilibrio.

In Lei che non tocca mai terra, Donaera concilia realismo letterario, interludi gotici ed elementi tipici di quello che potremmo definire realismo magico salentino, di cui l’autore mi pare il precursore, per sfiorare con una lametta tra le dita il mondo ancestrale del tarantismo, della trance e della purificazione dal male senza mai compiere alcuno sforzo per umanizzare il mondo adulto.

Il suo è il romanzo di una generazione che esula l’aspetto anagrafico, coordina il tempo e lo spazio di una terra che cambia velocemente senza aspettare che i suoi abitanti si adeguino.

E per farlo Donaera si avvale di un dispositivo linguistico amaro, cinico, tenero e lirico e racconta una favola noir dove c’è il mostro mascherato da santone, l’eroe buono che dice bugie per farsi accettare, e la principessa prigioniera del suo stesso sonno che da sveglia rifiuta gli altri per paura di essere rifiutata.

Le voci narranti sembrano appartenere ai fantasmi dei personaggi che si aggirano tra le pagine, in un mondo di carta sospeso dove nessuno tocca terra, dove tutti cercano il modo di circoscrivere il vuoto, e la somma del vuoto di ognuno nel finale deflagra con prepotenza.

Cosa ti preoccupa di più della retorica territoriale, della prevalenza degli elementi di spettacolarizzazione del Salento che propongono un’estetica che oscilla tra il glam - vip e il rurale-marino oleografico? Come si può ovviare tutto questo?

“Mi preoccupa l’assenza di una lucidità collettiva nell’osservare la realtà del luogo in cui si vive. Forse in Salento c’è un ottenebramento trasversale senza pari: come in Twin Peaks di David Lynch, dove i cittadini e le cittadine sono troppo concentrati nel vantare l’estetica del loro borgo paradisiaco, ignorando di vivere letteralmente sopra la porta dell’inferno. E questo ha ripercussioni politiche, sociali, ma anche artistiche – usando questo termine volutamente vago e ampio. Se si comunica ossessivamente l’idea di vivere nel posto più bello del mondo, le persone che effettivamente ci abitano cominceranno per credere a questa narrazione come l’unica plausibile, e a concepire come un fastidio tutti gli elementi che invece rendono il Salento un territorio dove è difficile maturare e realizzare progetti, uno spicchio d’Italia immobilizzato in un’epoca lontana dal resto del Paese: elementi che non andrebbero ignorati o rigettati con stizza (facendo il gioco di chi ha il potere, cioè di potrebbe fare le cose e non ne ha la minima voglia), ma analizzati, indagati, esposti”.

“Da cittadino non posso fare altro che dire una banalità: bisognerebbe cominciare a muovere delle istanze differenti verso le persone che decidono di amministrare politicamente questi luoghi. Insomma: pensare a chi si vota, e chiedere qualcosa di sensato a queste persone che vengono elette”.

“Da un punto di vista di persona che scrive, invece, credo che si stia creando un movimento di contro-narrazione sempre più intenso e virtuoso. Da capisaldi come Cosimo Argentina e Carlo D’Amicis, passando per Omar Di Monopoli, stanno emergendo nuove scritture che si riferiscono al territorio in un tentativo di scorticare la patina fastidiosa utile soltanto a una nutrita manciata di figure che commercializzano la propria terra nel segno della mistificazione. Penso a Manuela Antonucci, Graziano Gala, Mara Venuto, Marco Vetrugno e altri nomi simili”.

Di tutti i personaggi il più controverso e complesso è papa Nanni, un uomo di Dio che lotta contro il Male, ma in realtà lo compie; è un produttore seriale di sofferenza, capace di mentire anche a sé stesso e di compiere gesti estremi. Cosa ti attrae della biologia del male? Della cronaca nera dell’umanità? 

A me interessa provare a capire cosa succede nella testa della gente. In Salento (e non solo, naturalmente) ci sono diverse figure che agiscono in uno strano mash-up di magia e religione, attraendo molte persone attorno alla loro energia: è qualcosa di antico, atavico, che appartiene ai nostri antenati, e che però permane, anche in un mondo in cui le intelligenze artificiali ci consigliano che film vedere imparando a riconoscere i nostri gusti. Cosa succede nella testa di chi opera in quei mondi? Cosa succede nella testa di chi inizia a vivere posizionandosi come un essere ulteriore, capace di miracoli e/o prodigi magici?”

“La biologia del male, poi, credo attragga un po’ tutti. Milioni di persone, in Italia, adorano Franca Leosini e figure giornalistiche di quel tipo. Però attenzione: la letteratura non deve gettarsi, a mio parere, nel rimestamento della cronaca nera, perché si finisce inevitabilmente per ottenere dei mostri di Frankenstein letterari. Viviamo in un mondo in cui le persone ascolterebbero molto più volentieri un podcast in cui un criminologo intervista un papa Nanni, rispetto a leggere un romanzo in cui si racconta un personaggio simile: ma non bisogna piegarsi a questa logica, è necessario portare avanti la possibilità di raccontare il male attraverso la narrazione letteraria, secondo me. Perché è attraverso questo tipo di operazione – che chiamiamo letteratura – se dal male si possono trarre riflessioni, e non solo conclusioni e giudizi”.

Per concludere, pongo sempre la stessa domanda agli autori e alle autrici ospiti di Terza Pagina cioè: “nella lista dei classici preferiti quale occupa il primo posto? Ce li racconti in un tweet?”. In questo se vuoi potrebbero rispondere Miriam e Andrea?

Il mio classico preferito è Lolita di Vladimir Nabokov. Miriam probabilmente sarebbe del tutto rapita da L’incubo di Hill House di Shirley Jackson. Andrea credo abbia dentro di sé ogni parola di Pinocchio di Carlo Collodi”.

L’autore è oggi alle 19.00 al Convitto Palmieri di Lecce per presentare Lei che non tocca mai terra. Introduce e modera Giulia Falzea.

Andrea Donaera è nato nel 1989 a Maglie ed è cresciuto a Gallipoli. Nel 2019 ha pubblicato per NNE il suo romanzo d’esordio, Io sono la bestia, che è stato salutato da pubblico e critica come un vero caso editoriale ed è stato tradotto in Francia e Lei che non tocca mai terra in libreria dal 9 settembre 2021. Collabora con il quotidiano Domani e scrive per Metalitalia.

In copertina Heaven must be missing an angel. Or something di Ashley Slater (per gentile concessione dell’autore).

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