Domenica, 1 Agosto 2021
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“La pazienza del sasso” e la fuga disperata dalle responsabilità

Le protagoniste del romanzo di Carmela Scotti sono due sorelle con una sensibilità molto sviluppata che affonda le radici nell'infanzia segnata dalla manchevolezza stridente dell’affetto dei genitori. Intervista all'autrice

Le protagoniste de La Pazienza del sasso (Garzanti) di Carmela Scotti sono due sorelle con una sensibilità molto sviluppata che affonda le radici nella loro infanzia segnata dalla manchevolezza stridente dell’affetto dei genitori.

Argia e Dervia sono dapprima due bambine, poi ragazze e donne affette da Binge Loving Disorder, che la prima sviluppa in forma di asciutta anoressia, di lenta malnutrizione affettiva, di un vuoto che diserba qualsiasi forma di vita relazionale possa spuntare, la seconda in una bulimia relazionale che la porta ad abbuffarsi dell’intensità del casuale senza una reale coscienza, e soprattutto senza una percezione nitida delle conseguenze.

Se Argia fa ricorso ad una sua architettura escienza delle costruzioni della cattiveria, Dervia ha una predisposizione istintiva alla distruzione e autodistruzione. In un gioco di specchi si potrebbe dire che Argia deformi e sublimi la figura paterna, la programmazione del dolore da infliggere con lucidità; Dervia il lato infantile della madre, la sua incapacità di vivere. Ed entrambi sono le due facce intercambiabili della stessa medaglia, oscillano tra luce opaca e caligine e confinano l’una nell’altra. L’ambiente è tutto ciò che è al di fuori del loro sistema turbato.

La pazienza del sasso è un romanzo sulla fuga disperata dalle responsabilità, sulla solitudine, sulla sofferenza che può rendere migliori, ma che prima di riuscirci porta a sprofondare nella parte più buia dell’interiorità e lascia scavare a mani nude tra le macerie affettive procurate dalle mancanze, dalle scomparse definitive e da quelle incerte; e quella dimensione sospesa dell’attesa trasforma il dolore in cattiveria, cinismo, disaffezione assoluta, negazione dell’empatia, manipolazione e rancore.

La pressione narrativa e la scrittura nuda di Carmela Scotti fluiscono tra presente e passato grazie all’espediente del viaggio, del movimento a ritroso verso il passato di Argia e per estensione di sua sorella che si afferma per assenza, in forma di ricordo. E il tragitto che conduce Argia dalla Lombardia alla Sicilia con Nicola, suo amico di sempre, e suo figlio Lucio, per riportare a casa le ceneri di Dervia è propedeutico allo scavo archeologico dei sentimenti sepolti che dovrà compiere, alla raccolta dei cocci di una vita, alla ricomposizione del puzzle di terracotta tra le cui crepe Scotti lascia colare parole dure, crude, spietate. E dalle ceneri di Dervia, Argia risorge come una fenice ammaccata, ma pronta al rumore di qualcosa che ricomincia.

In questo romanzo la negazione degli affetti sembra forgiare la personalità delle protagoniste. Si dice che lo sviluppo emotivo di un essere umano si giochi nei suoi primi dieci anni di vita e che questo determini nel bene e nel male la loro storia. Cosa la attrae di questa balistica emotiva?

 C.S.: Ad affascinarmi è il potere che il mondo adultodetiene sui bambini e il modo in cui sceglie di esercitarlo; è, a suo modo, un rapporto predatorio, sbilanciato, e se chi lo esercita non è mosso dalle migliori intenzioni, il destino di un bambino assumerà la forma della gabbia dalla quale dovrà poi cercare di evadere per costruirsi una possibilità di futuro, come tenta di fare Argia.

 Il passato spesso irrompe senza chiedere il permesso e ci porta a fare i conti con qualcosa di rimosso. In questo romanzo invece c’è il bisogno di guardarlo, scandagliarlo per poter costruire il futuro. La pazienza del sasso è un romanzo coraggioso per lei che lo ha scritto e per il personaggio a cui lo fa affrontare senza sconti. Se volessimo citare Marguerite Yourcenar: “On ne doit plus craindre les mots lorsqu'on a consenti aux choses." Non bisogna dunque aver timore delle parole, dopo che si è ceduto ai fatti?

C.S.: Dopo tutto quanto ha fatto e pensato Argia, le parole non solo non le fanno paura, ma addirittura hanno il potere di guarire. Argia sente la necessità di dire, del portare all’esterno il suo bagaglio di indicibile, e lo fa prima di tutto con Dervia, con la sorella defunta con la quale può comunicare senza neppure bisogno di parlare. “Effathà” (“Apriti”, in lingua aramaica, Gesù lo dice a un sordomuto, guarendolo)  è la parola che più volte Edda, la madre di Nicola, le rivolge, per invitarla a parlare e farepace con i suoi morti.

Per concludere, nella lista dei suoi classici preferiti quale occupa il primo posto?Ce lo racconta in un tweet?

C.S.: “La storia” di Elsa Morante, con i suoi personaggi di vinti aggrappati alla vita con le unghie e i denti. E poi c’è Useppe, che in un balzo scavalca la pagina per entrare nella vita del lettore, creatura in carne, ossa e gioia, impossibile da dimenticare.

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