Prudenza e speranza: la festa patronale al tempo della pandemia

Nel messaggio alla città l'arcivescovo di Lecce ha ricordato lo slancio solidale durante la lunga chiusura. Sui migranti: "Nemmeno la paura del contagio, alibi di tanti profeti di sventure, può fermare l'amore"

Le statue dei santi all'ingresso laterale della Cattedrale.

LECCE – Come molte altre cose del 2020, anche la festa patronale sarà ricordata a Lecce con un sapore particolare: quello della prudenza, quello della speranza. L’epidemia di Covid-19 ha imposto misure precauzionali, soprattutto a tutela delle fasce di popolazione più debole: la processione con i santi Oronzo, Giusto e Fortunato è saltata, ma l’arcivescovo, Michele Seccia, non ha voluto far mancare il suo discorso alla città in una piazza Duomo dove l’esposizione delle statue dei protettori durante i solenni vespri ha creato un’atmosfera unica, davanti a una platea contingentata.

“Questa sera, le statue dei nostri santi, come ogni 24 di agosto, erano pronte per essere portate in processione – ha esordito il pastore della comunità leccese -. Purtroppo la situazione che stiamo vivendo suggerisce cautela e prudenza. Ma, siamone certi: se stasera apriremo le porte, Oronzo, Giusto e Fortunato entreranno nelle nostre case, visiteranno la nostra vita, le nostre famiglie e, come buoni samaritani, cureranno le nostre ferite”.

Seccia ha rivolto un accorato appello ai giovani che, in questa fase di passaggio verso un autunno ricco di incognite, sembrano essere l’ago della bilancia di ciò che sarà: “Ragazzi miei, non vi chiedo di rinunciare al divertimento. Vi invito invece a divertirvi senza rischiare, senza essere un pericolo per voi stessi e per i vostri amici. Siate fecondi collaboratori di un dialogo che va oltre il rispetto delle norme e oltre ogni sterile moralismo. Io stesso sono il primo ad accettare le critiche ma vorrei anche essere il primo a ricordarvi da padre che nessuno di noi oggi è fuori pericolo. Le immagini delle bare sui carri militari, le storie dei medici, degli operatori sanitari e dei sacerdoti che ci hanno lasciato nei mesi scorsi solo perché 'colpevoli' di aver fatto il proprio dovere, appartengono ad una triste parentesi della nostra vita a cui manca la parola fine. Perché dobbiamo continuare a scrivere racconti di dolore, di paura, di morte?”.

L’arcivescovo non ha certo risparmiato il mondo degli adulti, tantomeno quello ecclesiale, come confermano le sue parole: “A noi adulti, laici e consacrati, tocca invece recuperare credibilità e verità. Siamo davvero pronti ad educare i nostri ragazzi ai valori della libertà e della corresponsabilità? Come vescovo di questa città e di questa Chiesa devo pormi e devo porvi queste domande. Non posso nascondervi la mia preoccupazione. Lo so bene non è facile. Non abbiamo molti alleati: le famiglie spesso in crisi o disgregate - anche a causa di condizioni sociali disastrose – non hanno né il tempo, né la forza di educare ai valori. Per non parlare della politica che diventa ogni giorno di più un vuoto contenitore di slogan. Mi sembra, a volte, che siano in aumento sempre di più i seminatori della divisione e che, invece, diminuiscano i ‘contadini’ bravi a rassodare il terreno delle coscienze. E anche le nostre comunità cristiane hanno perduto l’appeal necessario per attirare i giovani alla vita buona del vangelo. Di questo come Chiesa di Lecce, preti e laici, dovremmo assumerci tutte le responsabilità del caso e provare ad invertire la rotta”.

Nel messaggio alla città forte è stato il riferimento al senso dell’essenzialità della vita come autentica eredità della pandemia. “Come si fa? Ce l’ha suggerito Papa Francesco quella notte di pioggia incessante in una Piazza San Pietro vuota ma illuminata dallo splendore dell’eucarestia che egli sollevò per benedire il mondo in piena bufera: ‘Siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa – disse il Papa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme’.

In tema di solidarietà, di senso di comunità, Seccia ha tirato fuori anche un dato: quello dei 28mila pasti distribuiti in sei mesi dalla mensa della Caritas e di Santa Rosa. Una dimostrazione di slancio alla quale hanno partecipato in tanti: “Sarà stata la paura della malattia e della morte? Non so darvi una risposta certa. Ciò che è certo, invece, è che quando crollano le nostre smanie di onnipotenza, diventiamo tutti più buoni, diventiamo cercatori di Dio. Che per noi è L’essenziale. Lo abbiamo cercato pregandolo e invocando la liberazione dal virus ma, lo abbiamo cercato anche aprendo gli occhi, il cuore e anche il nostro portafogli alle povertà. Nel silenzio e nella semplicità a nessuno abbiamo negato una parola buona, un aiuto materiale, un pezzo del nostro pane quotidiano. Condividendo con i poveri la stessa barca e la stessa tempesta ci siamo riscoperti poveri anche noi e bisognosi di aiuto”.

Infine un passaggio deciso su una questione che alla chiesa leccese e salentina in generale sta molto a cuore, quella dei migranti: “Ma insieme, sulla stessa barca, ci sono anche i nostri fratelli migranti. Mi unisco anch’io all’appello del mio fratello vescovo di Nardò-Gallipoli e figlio di questa Santa Chiesa di Lecce, don Fernando Filograna, intervenuto nei giorni scorsi per ricordare a tutti noi, dopo lo sbarco di 80 fratelli disperati a Porto Selvaggio che anche ogni povero che approda sulle nostre coste è sulla nostra stessa barca. E nemmeno la paura del contagio, che sembra essere diventata il nuovo alibi di tanti profeti di sventura, potrà mai dispensarci dal vivere il comandamento dell’amore che è l’arma vincente di chi vuole diventare profeta di speranza”.

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Seccia in chiusura ha anticipato l’operatività, a breve, del fondo di San Giuseppe, voluto per raccogliere le donazioni da impiegare nella riconversione professionale di chi è rimasto senza lavoro a causa della pandemia e indirizzata verso quegli ambiti che saranno più richiesti dal tessuto imprenditoriale del territorio. E così, con lo sguardo rivolto al santo che secondo i fedeli protesse Lecce da una epidemia di colera (1838), si è chiuso il primo di tre giorni di celebrazioni liturgiche e di giri di banda: l'amministrazione comunale, infatti, ha voluto comunque organizzare un passaggio del complesso bandistico "Città di Lecce - Nino Farì" in tutti i quartieri della città, comprese le marine. Senza la banda non c'è festa (qui il video).

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