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Più forte delle avversità, un eroico Roselli nella maratona di Boston

In una gara condizionata dalle condizioni meteo proibitive, l'atleta salentino ha chiuso in poco più di tre ore, scrivendo una nuova impresa

LECCE – Finirla, ancor più che correrla, è stata la vera impresa. Perché le condizioni meteo proibitive, con temperature vicine allo zero, pioggia continua, gelida e battente, e vento a soffiare di traverso a oltre 50 chilometri orari, hanno reso la 122esima edizione della Maratona di Boston una gara epica. Un vero tormento che ha piegato anche i mostri sacri della disciplina, i favoriti keniani ed etiopi. Tra i trentamila eroi del Massachusetts il salentino Franzi Roselli, atleta dell’Asd Gpdm, che ha chiuso la gara in 3 ore, un minuto e 13 secondi. Un tempo lontano dal suo personal best (2 ore e 47 minuti ottenuto a New York a novembre), ma di grandissimo prestigio considerato il contesto e la durezza del percorso. Gara sfortunata per un altro salentino, Ruggero Urso della Tre Casali, costretto al ritiro al 23esimo chilometro per una crisi di ipotermia (sono stati circa mille e 200 gli atleti costretti al ritiro e alle cure mediche).

“Ho dovuto fare i conti con un infortunio al tallone che mi perseguita da mesi – commenta Roselli –, ma ho voluto onorare questa corsa leggendaria. Già dal decimo chilometro ho iniziato a sentire dolore al tallone, ma è stato al ventesimo che, per il gran freddo, le gambe hanno iniziato a indurirsi. Per il resto della corsa ho stretto i denti per portare a casa la medaglia, sotto un vero nubifragio, col vento che ghiacciava i vestiti bagnati e le forze che man mano diminuivano. Ho dovuto anche camminare per un po’ al 40esimo chilometro. Con l’ultimo briciolo di forze e di orgoglio ho ripreso a correre arrivando al traguardo tra due ali di folla urlante, felice e orgoglioso per aver conquistato questa prestigiosa medaglia. Dispiace per il mio amico e collega d’avventura Ruggero che, nonostante l’ottima preparazione e la decennale esperienza, si è dovuto fermare per ipotermia. Ma il fascino della maratona è questo: un viaggio, un’avventura ogni volta diversa”.

Quella di Boston è la maratona più antica e più ambita, il sogno di ogni vero podista, la “regina tra le regine”, la gara che devi meritare e conquistare, per cui devi lottare e sgomitare, cercando di ottenere quel tempo e quel personale che ti consentirà di qualificarti per la gara che da tradizione si corre il terzo lunedì di aprile, in occasione del Patriots' Day, la festa che commemora l'inizio della guerra di indipendenza americana. Tagliare il traguardo in Boylston Street, nel cuore di Boston, è un’emozione indescrivibile. Per Roselli l’ennesima impresa scritta al ritmo di sacrifici, duro lavoro e allenamenti intensi, con la sveglia che spesso, durante la preparazione, suona alle 4.45, a prescindere dal buio, dalla nebbia, dal freddo e dalla pioggia al di fuori delle mura domestiche. Sacrifici necessari per affrontare una grande sfida senza togliere minuti preziosi al lavoro e alla famiglia.

Quella di Boston è molto più di una maratona, è un viaggio nell’America più vera e profonda. E’ la storia di tanti singoli persi tra la folla, tra solitudine e i grandi spazi, con il fluire continuo della normalità, di gesti quotidiani, banali, anche codificati. È l'America di tutti i giorni, lontana dalle vie congestionate, con migliaia di bandiere a sventolare con orgoglio e patriottismo.  Immagini che richiamano i quadri di Hopper. Gente abituata sempre e comunque a rimboccarsi le maniche e accettare i rovesci della vita, proprio come i maratoneti. Poco più di 26 miglia che da Hopkinton, attraversando le cittadine di Ashland, Framingham, Natick e Wellesley e il mitico Wellesley College (dove un muro umano di studentesse incita a viva voce i podisti in un clima da stadio, conduce Newton), caratterizzato dalle Newton Hills, una successione di quattro salite che culmina con la Heartbreak Hill.. Superato il Boston College (al 37esimo chilometro), si entra a Boston in Beacon Street, poi Kenmore Square, quindi si percorre Commonwealth Avenue, Hereford Street e il vialone di Boylston Street: ottocento interminabili metri per la consacrazione finale.

Boston è anche il ricordo dell’attentato che il 15 aprile del 2013, avvenne vicino al traguardo della maratona. Le vittime furono tre e almeno 264 i feriti, molti dei quali subirono amputazioni. Quel giorno è diventato il “One Boston Day“: il giorno in cui si ricordano i morti e i feriti. Anche quest’anno lo spirito della maratona e del maratoneta è rimasto indomabile, più forte del male.

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