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Sabato, 25 Giugno 2022
L'intervista

Dal violino di Luigi Stifani alla chitarra di Adams: il viaggio di Mauro Durante

L'esaltante successo del Canzoniere Grecanico Salentino, la stretta collaborazione con il compositore inglese, ma anche il desiderio di mettere mano all'eredità musicale del padre Daniele, scomparso un anno addietro

LECCE – Da quando è ritornata la possibilità di muoversi senza particolari restrizioni, incontrarsi con Mauro Durante per un’intervista non è semplice. Il 38enne artista leccese, infatti, è quasi ininterrottamente in tour: con il Canzoniere Grecanico Salentino da molti anni e, da qualche tempo, anche con Justin Adams, chitarrista, compositore e produttore inglese.

Tra un viaggio e l’altro, però, è nata l’opportunità di questa chiacchierata nella quale affiora anche un aspetto più intimo e riservato che ha molto a che fare con la scomparsa del padre, avvenuta lo scorso giugno (qui un ricordo). Daniele Durante è stato un accurato etnomusicologo e, prima del figlio, il leader del Canzoniere e dal 2016 direttore artistico della Notte della Taranta.

Di recente il Songlines Music Award 2022 per il miglior album, “Fusion” con Justin Adams, nel 2018, nello stesso ambito, il premio al Canzoniere Grecanico Salentino come miglior gruppo. Dopo questi autorevoli riconoscimenti senti una maggiore responsabilità?

“Nella musica premi e classifiche hanno un valore relativo. Ricevere un riconoscimento fa sempre un sacco di piacere, è la conferma che stai lavorando bene, che quello che fai riesce a toccare il pubblico. Ma non c’è agonismo, come nello sport: non è che il secondo classificato abbia perso. La responsabilità di mantenere alta l’asticella non dipende tanto dai premi, quanto dalla volontà di migliorarsi, di continuare a fare qualcosa che piace nonostante si cerchino strade diverse. Se io dopo gli album del passato avessi voluto fare operazioni copia cercando di rimanere sulle vie già abbattute, fondamentalmente mi sarei annoiato. Mi rende felice sapere che i percorsi che ho intrapreso siano stati apprezzati”.

Nella traiettoria di un musicista contano il talento, la dedizione e gli incontri artistici che si fanno durante il cammino. I primi due requisiti erano evidenti nel tuo caso sin da quando eri giovanissimo, mentre credo che l’incontro con Ludovico Einaudi e con Justin Adams sia stato fondamentale per la tua maturazione artistica. Cosa ha carpito da ciascuno di loro?

“Premetto che la musica, per me, ha senso solo nella sua dimensione di relazione. È fatta per essere condivisa. Non ho mai fatto nulla da solista. Nel contesto del Canzoniere trovo una grande esaltazione, riguardo al lavoro con Justin ti racconto una cosa: siamo stati di recente in Slovenia e l’organizzatore ci spiegava che nella grammatica della lingua locale oltre al singolare e al plurale esiste il duale. A pensarci bene c’è una grande differenza tra due e più di due: la relazione tra due persone è diversa da quella con tante persone. Il duo mi sta insegnando a tradurre la profondità di questa relazione in una dimensione comprensibile per i tanti. Abbiamo scoperto che due strumenti insieme possono occupare spazi infiniti: sentire il suono di un tamburello che si propaga nello spazio, di una chitarra elettrica che può coprire una serie di frequenze che non vengano invase da basso e batteria, questa scoperta ci ha spalancato una strada. Quando ci siamo incontrati non sapevamo che forma avrebbe preso questa collaborazione, ma durante la prima jam session a casa mia è stato tutto subito chiaro. La mia più grande gratificazione sono le esperienze che la musica mi regala, il rapporto con le persone, con i luoghi”.

E di Einaudi cosa mi dici?

“Quello con Ludovico è stato l’incontro formativo più importante, dopo quello con papà. Prima di incontrarlo pensavo di essere bravo con il tamburello, ma così e così con il violino. Lui mi ha incoraggiato, vedendo in me delle qualità diverse dal solito. Poi mi ha dato subito la possibilità di scrivere musica con lui, di collaborare alla pari, pur mettendomi al riparo della sua firma. Con Justin è diverso: sono felice di aver trovato un’anima affine musicalmente, un’amicizia serena in cui si possono condividere anche i silenzi, una visione molto simile delle cose che ascoltiamo ed è importante per me, soprattutto da quando non c’è più papà”.

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Ho contato, fino al termine di luglio, otto date per il Canzoniere e altrettante con Adams: come convivono in te queste dimensioni?

Con il Canzoniere devo occuparmi anche degli aspetti logistici, della produzione, come un tour manager con la responsabilità di altre sette persone e questo è certamente faticoso ma sul palco c’è tutta la gioia di condividere spettacoli inebrianti. Il 19 giugno suoneremo a Praga, il giorno dopo a Roma ai Fori Imperiali: ritrovarsi in questi contesti con una compagine praticamente di una vita è vivere questi momenti è una fortuna. Non è scontato che un gruppo possa essere così felicemente longevo e questa cosa ci dà anche belle soddisfazioni: con l’ultimo album, Meridiana, abbiamo vinto il World Music Charts Europe. Con Justin il ritmo è diverso, sembra tutto più lento e ritorno sempre a casa con più energia che poi metto tutta nel Canzoniere”.

A cosa state lavorando in questa fase?

“Abbiamo già scritto, in embrione, dieci nuovi brani per un prossimo album. Vogliamo spingere ancora di più l’idea di poter essere un set ballabile, potente, nonostante siamo solo due. Con il gruppo invece, poiché nel 2021 siamo stati molto frenati dalla pandemia, vorremmo fare più date possibili per Meridiana, soprattutto in Italia. All’estero siamo riusciti comunque a esserci in appuntamenti importanti”.

Quando parte il tuo prossimo aereo?

“Molto presto. Recuperiamo un concerto che avrei dovuto fare con papà nel 2020 per un progetto appena inaugurato: una riproposta della musica tradizionale salentina attraverso quelle idee che lui aveva iniziato a sperimentare nell’ambito della Notte della Taranta, con batteria, basso, strumenti più pop rock. L’idea era di chiamare a raccolta i principali interpreti della musica pugliese, secondo un modello che lui sperimentava nel festival itinerante, ma senza alcun tipo di confine. Poi l’arrivo della pandemia ha fermato quasi tutto sul nascere, nonostante produttori importanti fossero interessati. Siamo riusciti a fare un solo concerto, nel luglio di quell’anno, al Castello Sforzesco, il giorno del mio compleanno, il 5 luglio ed è stata l’ultima volta che ho suonato con lui. L’idea successiva era di andare a Brema con questo collettivo messo insieme da lui, in una rassegna in cui la locale orchestra sinfonica ospita artisti di altri generi. Io non ci sarei stato perché quel giorno avevo un festival in Danimarca. Entrambi gli appuntamenti, alla fine, vennero cancellati. L’anno successivo non se ne è fatto nulla perché papà è morto il 5 giugno. Con alcuni componenti di quella formazione finalmente il 18 giugno andremo in Germania per suonare. In verità ho anche una mezza idea di far uscire un’antologia dei suoi lavori, dal punto di vista discografico: dal Canzoniere alla Notte della Taranta, passando per i progetti da solista e i demo che avevamo registrato. Mi piacerebbe una sorta di retrospettiva sulla sua eredità, che è enorme. Tantissime delle cose che si reputano tradizionali, sono state sue reinvenzioni musicali”.  

Qual è il brano che non ti stanchi mai di suonare?

“Il pezzo che per me è veramente catartico, è Pizzica indiavolata, quella di Stifani che ho rielaborato nel corso degli anni al punto che, adesso, quando viene ripresa da altri artisti, in realtà è quasi interamente la mia versione. È accaduto anche alla Notte della Taranta, ma per me è un orgoglio, non è motivo di fastidio: la musica popolare è così, non è che devi fare per forza quella partitura. Se sono fortunato, quando non ci sarò magari questo sarà ricordato come il mio contributo. È stato un pezzo in cui mi sono rifugiato molto anche nell’ultimo periodo, molto difficile per la pandemia ma anche per la perdita di papà: con un loop di accompagnamento al computer per una, due ore mi mettevo a suonare, è il pezzo che so fare meglio e che torno sempre a fare”.

E quelli che ti piace ascoltare?

“Senza dubbio il Requiem di Mozart, è stato papà a farmelo ascoltare le prime volte. Mi piace moltissimo, soprattutto il Lacrimosa, il settimo movimento che proprio non mi stanca mai. Per il resto ho una playlist che aggiorno periodicamente prendendo a modello l’idea David Byrne quando ha voluto il progetto editoriale 'Reasons to be cheerful'. Così quando scopro un pezzo nuovo, qualcosa che mi rende felice lo metto in elenco: ho ascoltato molto il nuovo album di Stromae che ha fatto un capolavoro di world music anche se nessuno dirà che è world music, ma dentro ci sono ritmi africani, balcanici, sudamericani, anche la musica classica con il clavicembalo. Poi Justin mi ha fatto scoprire il mondo della musica africana contemporanea. Questi artisti, come Burna Boy, Little Simz, J Hus mi stanno dando spunti per un pensiero musicale diverso. Nell’ambito più pop e commerciale ci sono sicuramente alcune canzoni dei Beatles, di Bob Marley – anche se non sono un fan del reggae - oppure At Last di Etta James”.

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