Giovedì, 29 Luglio 2021
Cronaca

Aveva una pistola in auto: sospettato di voler uccidere il padre. Patteggia tre anni

Ha chiuso i conti con la giustizia, patteggiando una condanna a tre anni di reclusione, Giovanbattista Nobile, 27enne, già noto alle forze dell'ordine, al centro di una complessa vicenda giudiziaria. Fu bloccato dai carabinieri

LECCE – Ha chiuso i conti con la giustizia, patteggiando una condanna a tre anni di reclusione, Giovanbattista Nobile, 27enne, già noto alle forze dell'ordine, al centro di una complessa vicenda giudiziaria. L’uomo, come nel più classico dei drammi dell’antica Grecia, era stato bloccato dai carabinieri del nucleo operativo e radiomobile della compagnia di Campi Salentina, perché sospettato di voler uccidere il padre.

A mettere i militari dell’Arma sulle tracce del 27enne, lo scorso 12 maggio, era stata la telefonata trafelata di un uomo anziano, che aveva segnalato che a Salice Salentino si aggirava un suo nipote a bordo di un Suv Mercedes nero “carico di armi”. L’uomo si era dimostrato da subito molto preoccupato, poiché era assolutamente convinto che il giovane fosse intenzionato a uccidere il padre, a causa di precedenti dissidi familiari. Vicende mai sopite che avevano fatto maturare forti rancori.

NOBILE GIOVANBATTISTA-3 Nobile era stato intercettato al termine di una breve ma intensa caccia all’uomo, sulla strada provinciale 4, che da  Salice conduce a Novoli. In auto aveva una pistola carica con matricola abrasa e colpo in canna. Era stato lo stesso 27enne a consegnarla ai carabinieri. I carabinieri avevano poi esteso la perquisizione nella sua abitazione, dove custodiva altri 98 proiettili. Per il giovane si erano aperte le porte del carcere di Borgo San Nicola, dove si trova attualmente recluso. Domani il legale di Nobile, l’avvocato Giancarlo Dei Lazzaretti, presenterà al giudice istanza di sostituzione della misura cautelare con i domiciliari.

La sentenza di patteggiamento è stata emessa dal gup Carlo Cazzella, che ha tenuto conto dell’atteggiamento pienamente collaborativo dell’imputato, che ha spiegato che non avrebbe mai potuto fare del male al padre e che le sue erano state solo delle dichiarazioni dettate da un momento difficile, alle prese con vari problemi, anche di salute.

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