Domenica, 25 Luglio 2021
Cronaca

C'era una volta il Cpt: dall'incuria e le devastazioni verso il resort di lusso

La società Querce, srl legata a Rico Semeraro, ha acquistato dalla Curia il 60 per cento dell'intera superficie su cui insiste l'attuale complesso di edifici. E, se il progetto forse approvato, verserebbe 250mila euro al Comune di Melendugno per la restante paprte

Il complesso visto dall'esterno.

MELENDUGNO – C’era una volta il Centro di permanenza temporanea “Regina Pacis” di San Foca, località balneare e vacanziera nel Comune di Melendugno. Oggi, di quello che è stato il primo e il più grande Cpt in Italia, non è rimasto più nulla. Il “Regina Pacis” è diventato un luogo sinistro e spettrale. Un “non luogo” in cui solo il vento e l’infrangersi costante delle onde sulla scogliera spezzano un silenzio irreale. La struttura sembra un enorme fortino posto a custodire un passato infausto, fatto di orbite vuote di finestre mancanti, coperto di graffiti e corroso dalla ruggine e dall’incedere implacabile del tempo. Di quello che una volta era il fiore all’occhiello delle strutture nate per accogliere gli immigrati giunti sulle nostre coste, non vi è più nulla. A pochi anni dalla sua chiusura Il “Regina Pacis” è un ammasso di vetri rotti e calcinacci, bagni divelti e fili elettrici strappati. Una Fortezza Bastiani posta a fronteggiare il mare e lasciata in balia di vandali e predoni.

Il complesso, infatti, è ormai ridotto a un immenso guscio vuoto, da cui ogni cosa è stata rubata e portata via. Giungendo dinanzi all’entrata principale, quella posta di fronte al mare, alle spalle della strada che da San Foca conduce a Torre dell’Orso, ci si accorge che le grate che delimitavano la struttura ed anche la pesante cancellata in ferro (una volta chiusa da un grosso lucchetto ossidato) che fungeva da ingresso principale sono sparite. Solo una leggera barriera in fil di ferro e il cartello di un istituto di vigilanza con la scritta “area sorvegliata” dovrebbero tenere lontano ladri, vandali, curiosi e vagabondi.

Eppure è proprio da quell’ingresso che, un tempo, sono passate con orgoglio le massime cariche istituzionali e politiche: dal presidente della Repubblica Ciampi a D’Alema e Prodi, da Fini a Casini, dalla Iervolino a Mantovano, senza dimenticare l’arcivescovo leccese Cosmo Ruppi (ex presidente della Conferenza episcopale italiana di Puglia, scomparso alcuni mesi fa), e il direttore del Centro, don Cesare Lodeserto. Passato e presente dell’ex Cpt sono indissolubilmente legate alla figura di colui che ne è stato direttore fino al marzo del 2005, data del suo arresto. La figura del sacerdote, fino al 2000 segretario particolare dell’arcivescovo Cosmo Francesco Ruppi, ex presidente della Conferenza Episcopale pugliese, è nota alle cronache per una serie di inchieste giudiziarie e processi (e condanne) in cui don Cesare è stato imputato.

Le speranze di chi auspicava che questo rudere poggiato sulla sabbia e sulle sofferenze dei migliaia di uomini e donne che hanno incrociato il loro destino con questo lembo di terra (si dice siano almeno 60mila gli immigrati transitati da qui, sospinti dal mare sino a questo crocevia delle loro storie e della loro speranza di vita migliore, naufragate chissà dove), fosse finalmente abbattuto, saranno presto disilluse. O meglio, accolte solo in parte. Presto, infatti, le ruspe potrebbero iniziare ad abbattere la struttura, ma solo per edificarne un’altra: un resort lussuoso con oltre duecento posti letto.

La società denominata Querce, infatti, una srl legata a Rico Semeraro, ex patron del Lecce calcio, ha acquistato dalla “Curia il 60 per cento (ceduta a suo tempo dal Comune di Melendugno) dell’intera superficie su cui insiste l’attuale complesso di edifici”. La stessa società si appresta, nel caso in cui il progetto dovesse essere approvato, a versare alla giunta presieduta dal sindaco Marco Potì una somma apri a 250mila euro. Cifra pari al valore, secondo una valutazione fatta dagli stessi tecnici comunali, del restante 40 per cento. Il costo complessivo della struttura si aggira intorno al milione di euro. Del resto, nella stessa relazione di stima del Comune si legge che “in base allo strumento urbanistico vigente (Prg) l’immobile è tipizzato come zona D8-Alberghiera nei centri costieri”. Tutto secondo normativa dunque. Il primo progetto presentato, che prevedeva la realizzazione di un piano seminterrato per servizi e parcheggi è stato bocciato, poiché “dal punto di vista edificatorio non è più sfruttabile se non per la ristrutturazione dell’edificio esistente limitata alla sola parte di costruzione legittima”. Il nuovo progetto dovrà ora trovare l’approvazione di Soprintendenza e istituzioni. Poi, potrebbero iniziare i lavori.

Eppure da anni diverse associazioni ne chiedono l’abbattimento: non solo per preservare quel tratto di riviera ma anche per cancellare una volta e per tutte i macabri ricordi che fa riaffiorare. Perché il Regina Pacis è un luogo sinistro, impregnato indissolubilmente di dolore e sofferenza, di storie tragiche e dignità violate, di violenza e di un passato che qualcuno avrebbe voluto cancellare e seppellire sotto la sabbia. Ora, più semplicemente, in tanti vorrebbero semplicemente tornare a vedere il mare.

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