Caporalato a Nardò, l’imprenditore torna in libertà, ma non potrà lavorare

Revocati i domiciliari ad Antonio Leopizzi. Lo ha deciso il giudice Cinzia Vergine che gli ha imposto come unica restrizione la sospensione temporanea dall’attività

NARDO' - E’ tornato un uomo libero ma per ora non potrà lavorare Antonio Leopizzi, 37enne di Nardò, presidente d’amministrazione di una cooperativa agricola, che due giorni fa era finito ai domiciliari con l’accusa di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Lo ha stabilito il giudice Cinzia Vergine che ha revocato la misura cautelare, disponendone una, interdittiva, di sospensione dall’esercizio dell’attività. 

La decisione è arrivata all’esito dell’interrogatorio di ieri, durante il quale l’indagato ha deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere, ma ha prodotto, attraverso i suoi avvocati Anna Sabato e Francesco Galluccio Mezio, documenti (alcuni dei quali sulle visite mediche dei braccianti) per respingere alcune delle accuse che gli sono mosse. Tra queste c'è proprio quella di non aver rispettato le norme in materia di sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro. Certo è che, secondo il giudice, sussistono gravi indizi di colpevolezza nei riguardi dell'imprenditore, ma che, in merito alle esigenze cautelari, in particolare quella del rischio di reiterazione del reato, queste possano essere soddisfatte impedendogli temporaneamente di lavorare.

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Il gip ha ritenuto inoltre fondata la richiesta di convalida (avanzata dal pubblico ministero Paola Guglielmi) del sequestro preventivo della masseria in contrada Sciogli, di proprietà del padre dell’uomo, anch’egli socio della cooperativa, dove dormivano gli operai tunisini che sarebbero stati pagati a "cottimo" con paghe irrisorie variabili in base alla tipologia delle angurie raccolte: circa 1 euro e 40 centesimi per quintale. 

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