Cronaca

Detenuto morto, dai periti del pm ombre sull'operato dei sanitari del carcere

"Quadro clinico non valutato e trattato nei tempi e nei modi prescritti dalle regole dell'arte". E' uno dei passaggi di rilievo della consulenza sulla morte di un 31enne di San Cesario di Lecce

Repertorio (Infophoto).

TARANTO - “I disturbi dell'alimentazione dei giorni precedenti il ricovero” molto probabilmente erano “manifestazioni della gravissima condizione clinica del paziente”, alla luce della documentazione successiva.

Sono alcuni fra i passaggi chiave della perizia depositata dall’anestesista rianimatore Salvatore Silvio Colonna e dal medico legale Alberto Tortorella, gli esperti nominati dalla Procura di Taranto, per fare luce sul caso sulla morte di Antonio Cesario Fiordiso, avvenuta a soli 31 anni nel carcere della città jonica, in circostanze ancora poco chiare.

Qui, il giovane, di San Cesario di Lecce, stava scontando una pena per una rapina. E qui ha visto anche i suoi ultimi giorni, con la famiglia che denuncia: fino all’ultimo avebbe avuto estreme difficoltà nell’ottenere informazioni dettagliate sulle condizioni del giovane. Tanto che il giorno del decesso, risalente all’8 dicembre del 2015, la comunicazione piovve sulla testa del padre del ragazzo praticamente inattesa.

Da allora i parenti più stretti del giovane salentino, la zia Oriana Fiodiso in testa, che andava a trovarlo di continuo in carcere, non si danno pace e chiedono verità e gustizia. Ecco perché si sono affidati agli avvocati Paolo Vinci del Foro di Milano, esperto in casi di malasanità, e Panataleo Cannoletta del Foro di Lecce.

Otto sono i medici indagati per omicidio colposo (sei di guardia e due psichiatri). Il 29 dicembre scorso, dopo riesumazione del cadavere dal cimitero di San Cesario di Lecce, s’è svolta l’autopsia. La consulenza che ne discende, per l’avvocato Vinci pone pochi dubbi: dimostrerebbe, cioè, come ha sempre sospettato, responsabilità della struttura penitenziaria in ambito sanitario. E sarà sicuramente questa la linea di condotta che si continuerà a seguire nelle eventuali fasi successive di un’inchiesta, che ha visto, peraltro, proprio la zia Oriana nei giorni scorsi, ascoltata dal sostituto procuratore Maria Grazia Anastasia come persona informata sui fatti. Il 3 aprile, infatti, la donna, 42enne, ha avuto un lungo colloquio con il magistrato, durato circa due ore.    

C’è la perizia, dunque, come primo caposaldo, e alcuni passaggi sono piuttosto netti. “L'entità del danno documentato all'arrivo in ospedale a carico dei vari organi, ed in particolare della funzione renale, era tale da far ritenere che il quadro clinico, rapidamente ingravescente, fosse già presente nei giorni precedenti; e che esso non sia stato valutato e trattato nei tempi e nei modi prescritti dalle regole dell'arte”, scrivono ancora i periti.

A loro avviso, “l'esecuzione di esami ematochimici di base avrebbe probabilmente consentito di giungere a diagnosi  in tempi più brevi, di ricoverare Fiordiso più precocemente e di avviare più tempestivamente il trattamento della gravissima forma morbosa”.

Nella disamina ora in mano alla Procura tarantina, medico legale e rianimatore aggiungono anche che se “per  converso […] i medici della Casa Circondariale ebbero certamente difficoltà a rilevare le condizioni cliniche del Fiordiso a causa del grave quadro psicopatologico preesistente e della conseguente impossibilità di instaurare con il paziente una efficace comunicazione, ed ottenere dallo stesso informazioni  utili  sulla  sua  sintomatologia” bisogna tener conto, “d'altra parte, che assai scarne (come già ripetuto più volte) sono le annotazioni del diario clinico penitenziario, soprattutto in relazione alle condizioni cliniche generali del paziente ed al quadro obiettivo in particolare”.

A ben vedere, è tutta la vicenda in sé a essere ricca di situazioni poco chiare (a lato tutti gli altri capitoli della vicenda, Ndr). Fiordiso era stato recluso inizialmente nel carcere di Borgo San Nicola, a Lecce, per poi essere trasferito in quello di Taranto, passando però anche dalla casa circondariale di Asti. Ritornato a Taranto, però, era poi finito in ospedale e da allora c’era stata una vera e propria rapida decadenza, nell’impotenza della famiglia e con la zia che ha aperto una vera e propria battaglia  giudiziaria, riuscendo con forza d’animo a far riaprire un caso che sembrava destinato all’archiviazione.

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