Domenica, 1 Agosto 2021
Cronaca

Ex direttore di banca assassinato: ecco perché i due indagati restano in carcere

Convalidata la misura cautelare nei riguardi di Mecaj Paulin, 31enne albanese, e Andrea Capone, 28 anni, di Lequile. Per il giudice sussistono gravi indizi di colpevolezza ed è alto il pericolo di fuga

LEQUILE - “La misura della custodia cautelare in carcere appare l’unica idonea a soddisfare le esigenze cautelari, per quanto innanzi illustrato in ordine alla pericolosità degli indagati, quale si desume dalla gravità dei reati commessi, dalle efferate modalità di esecuzione degli stessi e dalle condotte successive”, motiva così il giudice per le indagini preliminari (gip) Laura Liguori la decisione di lasciare in carcere Mecaj Paulin, 31enne albanese, e Andrea Capone, 28 anni, di Lequile, accusati della rapina sfociata nell’omicidio di Giovanni Caramuscio, ex direttore di banca 69enne di Monteroni.

In linea a quanto sostenuto dal pm Alberto Santacatterina, al momento del fermo, anche per il gip se lasciati liberi sarebbe alto il pericolo di fuga, considerato anche il comportamento avuto da Capone che subito dopo il delitto avvenuto la sera del 16 luglio e nei giorni successivi non è ritornato nel suo appartamento a Lequile (vicino alla banca, nei pressi della quale è avvenuto il delitto) e che Mucaj, essendogli scaduto il permesso di soggiorno, avrebbe potuto ritornare in Albania.

Nell’ordinanza, il giudice ritiene che sussistano gravi indizi di colpevolezza per entrambi, stando alle dichiarazioni rese dalle persone informate sui fatti, al ritrovamento degli indumenti nel pozzo, alla comparazione tra gli stessi abiti e quelli utilizzati dai rapinatori immortalati dalle telecamere di videosorveglianza. Tra questi c’è la felpa dove è ritratta una persona con gli occhi chiusi, tatuata sul volto, circondata da una serie di motivi geometrici corrispondente a quella che Capone ha addosso in alcune foto sul suo profilo facebook. “Ha caratteristiche particolari e pertanto può ritenersi poco comune rispetto ad altri indumenti recanti il logo di marche note e di più comune utilizzo”, ha osservato il gip, secondo il quale sono altrettanto elevati sia il rischio di reiterazione del reato, nonostante il 28enne sia incensurato, e l’altro gravato da contravvenzioni, che di inquinamento probatorio.

A suggerirlo sono “le modalità con cui il fatto è stato compiuto, con l’utilizzo di un’arma clandestina, di elevato calibro, senza alcuna esitazione a usarla pur di fronte alla reazione della vittima che avrebbe richiesto una reazione di gran lunga inferiore per neutralizzarla, nonché le condotte che hanno preceduto i fatti (gli scambi di messaggi tra i due indagati, ndr) e seguito, con il tentativo di occultare le tracce”.   

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