"Infiltrazioni mafiose", il Consiglio dei ministri scioglie il Comune di Parabita

La decisone su proposta del ministro dell'Interno Marco Minniti. All'origine le indagini sull'operazione denominata Coltura

LECCE – Il Consiglio dei ministri ha sciolto per infiltrazioni mafiose il Comune di Parabita. Si è chiuso così con l’azzeramento dell’assise comunale il procedimento avviato nei mesi scorsi, con un dossier, dal prefetto Claudio Palomba, e poi finito al vaglio  del neo ministro dell’Interno Marco Minniti. E’ stato lo stesso titolare del Viminale a chiedere lo scioglimento, poi deliberato dal governo.

Sullo sfondo gli arresti e le diciotto le condanne scaturite dalla maxi operazione condotta dai carabinieri  e ribattezzata “Coltura” (come la Madonna di Parabita), per associazione mafiosa, concorso esterno in associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, estorsione, detenzione illegale di armi, corruzione e altri delitti aggravati dalle finalità mafiose. Al centro delle indagini dei carabinieri del Ros il clan “Giannelli”, storico sodalizio mafioso della Sacra corona unita.

Pende a dibattimento, invece, la posizione dell’ex vicesindaco di Parabita, Giuseppe Provenzano, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa per aver fornito significativi contributi (soprattutto economici) al sodalizio e assicurato il proprio interessamento al fine di garantirsi il supporto del clan nelle elezioni amministrative del maggio 2015. Un “santo in paradiso”, come lo stesso Provenzano si sarebbe definito in alcune intercettazioni, capace dia assicurare (secondo la Procura) assunzioni e interessi in appalti.

In più occasioni l’ex procuratore Cataldo Motta, una vita trascorsa a combattere la criminalità organizzata, e la Direzione investigativa antimafia, hanno evidenziato il rischio più che concreto delle infiltrazioni mafiose nel tessuto politico ed economico del comune del basso Salento.

Quello adottato per lo scioglimento del Comune di Parabita, è un provvedimento che sembra spostare indietro le lancette del tempo di oltre un quarto di secolo, agli anni più bui e difficili della lotta alla Scu. Era il 28 settembre del 1991 quando, l’allora ministro dell’Interno, Vincenzo Scotti, decretò lo scioglimento dei comuni di Surbo e Gallipoli.

“Il consiglio comunale di Surbo – recitava il provvedimento – composto da 30 consiglieri, eletto nella consultazione  amministrativa del 29 maggio 1988, presenta fenomeni di infiltrazione e di condizionamento  di tipo mafioso, come evidenziato dagli organi di polizia e dell'autorità giudiziaria. A tal scopo riveste importanza fondamentale e decisiva il decreto del tribunale  di  Lecce  in  data  28 febbraio 1991 di applicazione della misura della sorveglianza  speciale  antimafia  al noto boss locale Angelo Vincenti, nato a Surbo il 24 marzo 1947. Nel suddetto provvedimento si afferma che: “La cosca Vincenti ha potere di determinazione di tutte le scelte  politico-amministrative del  comune  di Surbo, valendosi di svariate forme di intimidazione e della presenza di uomini  di  fiducia  come  Manno  Enrico” (attuale consigliere  e  sindaco  dall'agosto 1990 al giugno 1991). E ancora: “che con le sue multiformi attività, Angelo Vincenti in società con l'omonimo e maggiore cugino, con una serie di dipendenti politici del genere di Manno Enrico e con i costanti collegamenti con i boss della Sacra Corona Unita, esercita in Surbo un saldo  controllo  del territorio,  una funzione di garante degli equilibri politico-amministrativi”.

Non andava meglio sul versante ionico, dove, nel consiglio comunale di Gallipoli furono riscontrati condizionamenti da parte della criminalità organizzata nonché collegamenti diretti e indiretti tra uno dei componenti del consesso e la detta criminalità rilevati da rapporti del prefetto  di  Lecce, del 20 settembre 1991, degli organi di polizia, dell'Alto commissario per  il coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa e dai provvedimenti dell’autorità giudiziaria. Tali collegamenti con la criminalità organizzata espongono gli amministratori stessi a pressanti condizionamenti compromettendo la libera determinazione dell'organo elettivo, e il buon funzionamento dell'amministrazione di Gallipoli”.

La storia si ripete dopo quasi ventisei anni. 

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