Furto di armi nella caserma della forestale, tutti in silenzio dal gip gli indagati

Ermanno Bianco, 41enne di Porto Cesareo, Angelo Buccarella, 44enne di Nardò e Antonio Boris Arcati, 34enne di Leverano si sono avvalsi della facoltà di non rispondere nell'interrogatorio di garanzia. I legali decideranno sulla base degli atti d'indagine se ricorrere al Tribunale del riesame

I rilievi della scientifica sulla bombola trovata in casa di Arcati.

LECCE – Tutti in silenzio. Nessuno ha detto una parola. Nessuno s’è sbilanciato. Nessuno ha ammesso o smentito. Una precisa strategia, in attesa di conoscere gli atti d’indagine. I tre uomini accusati di aver pianificato e condotto a termine il clamoroso furto di armi e munizioni dal posto fisso del Corpo forestale di San Cataldo, marina di Lecce, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, questa mattina, nel corso dell’interrogatorio di garanzia. La convalida dell’arresto effettuato dai carabinieri del Reparto operativo e del Nucleo investigativo di Lecce s’è svolta in carcere, davanti al gip Vincenzo Brancato.

La vicenda è di quelle che hanno fatto scalpore. E che ha anche dato il la a una lunga serie di episodi analoghi nell’arco dell’estate appena trascorsa, in particolare verso sedi di Comuni, sebbene attribuibili ad altre bande. Quasi in una sorta di spirito d'emulazione, dovuto alla sensazione che se fosse violabile una caserma, allora una municipio sarebbe stato un gioco da ragazzi. 

Bianco-3-7Ermanno Bianco, 41enne di Porto Cesareo, Angelo Buccarella, 44enne di Nardò e Antonio Boris Arcati, 34enne di Leverano, sono di certo accusati del colpo avvenuto nella notte fra il 13 e il 14 luglio scorso, quando dall’armadio blindato della piccola caserma di via Amerigo Vespucci, che divide l’ingresso con il vivaio “Genneraro”, sono scomparse due pistole mitragliatrici M12 S2 e quattro serbatoi, duecento cartucce calibro 9x19, un giubbetto e un casco antiproiettile e una placca di riconoscimento per agenti di polizia giudiziaria.

Oggi, dunque, hanno fatto scena muta. Gli avvocati che li difendono, rispettivamente Riccardo Giannuzzi, Giancarlo Dei Lazzaretti e Cosimo D’Agostino, valuteranno se ricorrere al Tribunale del riesame.  

La vicenda è ormai nota ai più. Nell’armeria della forestale, usando una fiamma ossidrica, i responsabili del furto (ritenuti materialmente Arcati e Buccarella, con Bianco a fare da basista) hanno praticato due aperture rettangolari sull’anta sinistra dell’armadio blindato con chiusura a combinazione. Poi, via con armi e proiettili.

Buccarella-7Per inciso, quelle pistole mitragliatrici non sono ancora state trovate. I carabinieri, diretti nell’indagine dal colonnello Saverio Lombardi e dal capitano Biagio Marro, ritengono che siano ancora nascoste da qualche parte. E hanno anche una precisa ipotesi: la banda avrebbe voluto venderle a personaggi vicini all’immortale clan Tornese della Scu, per una cifra attorno ai 4mila euro. Almeno, questo si evincerebbe da alcune intercettazioni.

Il primo passo nell’inchiesta è stato compiuto quando, dall’ispezione dattiloscopica svolta dagli specialisti della Sezione investigazioni scientifiche, sotto la supervisione del luogotenente Vito Angelelli, sono emerse alcune impronte palmari e digitali. Erano rimaste impresse sul pomello della porta blindata divelta e sullo stipite di un locale adiacente.

Altre impronte sono state esaltate in laboratorio sul materiale sequestrato. Fra gli oggetti che hanno fornito un riscontro, un porta-rotolo di metallo e una busta di plastica trasparente. Ma non solo. Tracce di sangue sono state trovate sul lato interno dell’anta dell’armadio metallico, in corrispondenza del taglio superiore effettuato sulla lamiera con la fiamma ossidrica.

Arcati-2Un mosaico di indizi che ha instradato i militari verso la possibile soluzione del caso in tempi relativamente brevi. Di certo, la circostanza che in circolazione vi fossero armi così pericolose nelle mani di sconosciuti ha rappresentato una molla verso investigazioni che fossero nello stesso tempo rapide, incisive e approfondite. Una vera e propria sfida contro il tempo.  

Un aspetto è subito balzato evidente negli investigatori. Qualcuno della banda doveva conoscere molto bene quegli ambienti e perfino la collocazione precisa degli oggetti. Basti pensare al fatto che, con la fiamma ossidrica, sono state praticate due sole aperture in perfetta corrispondenza con la posizione delle armi, delle munizioni e degli equipaggiamenti. Tutto è stato portato via con precisione chirurga, senza necessità di altri tagli alla superficie metallica, senza nemmeno pensare di dover forzare la serratura a combinazione.

Da qui la facile idea che il basista potesse essere qualcuno che di quel posto fisso avesse una perfetta conoscenza di ogni singola parete, ogni finestra, ogni armadio. Qualcuno che sapesse perfettamente dell’assenza di allarmi, vigilanza e altre forme di sorveglianza, nelle ore notturne. Una talpa, per farla breve. Individuata in Bianco, dipendente civile della forestale, in quanto custode dell'Isola dei Conigli, di fronte a Porto Cesareo e poi dislocato a San Cataldo.

Di là dalle importanti intuizioni degli investigatori, una spinta decisiva è nata anche grazie a un colpo di fortuna. In un'indagine ci sta sempre bene l'aiuto del caso. Ebbene, la notte prima del furto, un carabiniere della stazione di Rho, in provincia di Milano, trovandosi in vacanza nella marina leccese, aveva preso nota di movimenti sospetti.

Quello che non si sopisce mai, anche in short e infradito in un momento di relax, è l'istinto. Di fatto il militare ha assistito all’ultimo sopralluogo, quello prima dell’azione. Ovvero, alle 2,45 del 13 luglio, nei pressi del bar Alex, il militare ha notato una Fiat Panda gialla. A bordo tre individui. Orario e atteggiamenti guardinghi l’hanno spinto d’istinto ad annotare il numero di targa e ad osservarne con attenzione ogni spostamento, senza farsi notare.

Ha quindi visto i tre scendere dall’utilitaria, dirigersi a piedi in direzione della caserma e ritornare dopo circa otto minuti, per poi allontanarsi. Poi, ne ha fatto menzione ai carabinieri della stazione di Lecce Principale (dipendenti dalla compagnia), che hanno quindi avviato le basi dell'inchiesta. 

Ebbene, gli accertamenti su quella vettura, la ricerca di un “basista” interno e altri elementi sembra che abbiano trovato perfetta corrispondenza in una serie di contatti telefonici. Secondo i carabinieri, dunque, Bianco avrebbe organizzato insieme a Buccarella il furto. Quest’ultimo, infine, avrebbe agito con la complicità di Arcati. 

Senza titolo-1-11-34Già le prime intercettazioni telefoniche sull’utenza di Arcati, 34enne di Leverano, avrebbero fatto emerge la disponibilità di attrezzature per fiamma ossidrica. Una perquisizione all’alba nella sua abitazione, che risale al 9 agosto, ha consentito di rinvenire in una “tina”, attrezzatura compatibile con le modalità con cui era stato consumato il furto, tra cui proprio una fiamma ossidrica completa di cannello erogatore, tubi di collegamento, manometri e bombola d’ossigeno

Ma il forte sospetto, secondo i carabinieri, si è tramutato in certezza quando la Sezione investigazioni scientifiche di Bari ha fornito l’esito di accertamenti, il riscontro di “identità dattiloscopica” tra le sue impronte palmari e digitali e quelle scoperte durante l’ispezione a margine del furto. E’ stato proprio Arcati, come ben si ricorderà, il primo a essere iscritto nel registro degli indagati dal sostituito procuratore Massimiliano Carducci.

Ovviamente i carabinieri non si sono fermati lì. Intercettazioni ambientali a bordo della Fiat Croma del dipendente civile della forestale, hanno permesso di raccogliere altri tasselli. Bianco e Buccarella, infatti, commentando la notizia della perquisizione e dei sequestri a carico di Arcati, si sarebbero traditi, svelando il proprio coinvolgimento.

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Un’altra conferma proverrebbe anche da un fatto curiosa. Il 25 agosto scorso, sempre Bianco e Buccarella, avrebbero iniziato a discutere del furto di carte d’identità nel Municipio di Parabita, seguito di pochi giorni a quello di Gallipoli, durante il quale erano stare rubate anche nove pistole in dotazione alla polizia locale. Si sarebbero mostrati sollevati dall’idea che questi episodi, con metodi analoghi (in particolare la fiamma ossidrica), avrebbero indotto gli inquirenti a concentrare le attenzioni in altri ambiti: “Hai visto che hanno fatto un altro furto con la fiamma ossidrica... meno male... cosi c… il c….. agli altri”. Ma i carabinieri, almeno per la vicenda dei mitra della forestale, alla fine sono andati a infastidire anche loro. 

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