Domenica, 25 Luglio 2021
Cronaca

Morì cadendo dal tetto della Selcom, un teste: "Lisa trovò la scala già pronta"

Nuova udienza per la morte di Luisa Picozzi, ingegnere milanese, avvenuta a Montesano Salentino. Sotto processo per omicidio colposo, fra gli altri, anche l'imprenditore Adelchi Sergio. Presente oggi in aula la madre della vittima. Un suo collega al giudice ha spiegato che lei trovò già tutto pronto

Il tribunale di Lecce.

LECCE – Il processo per la morte di Lisa Picozzi, l’ingegnere milanese di 31 anni deceduta tragicamente il 29 settembre del 2010, precipitando dal solaio di un capannone industriale di proprietà dell’ex Selcom, società del gruppo Adelchi, situato nella zona industriale di Tricase (sulla via provinciale per Montesano Salentino) è, al di là delle inchieste giudiziarie e dei tempi della giustizia per accertare i colpevoli, la rappresentazione di un dolore e una perdita difficili anche solo da immaginare, che la signora Picozzi ha affidato alle pagine virtuali di facebook, creando un gruppo dal titolo: “Per il ricordo di una “piccola” grande palleggiatrice: Lisa Picozzi”.

“Stasera partiamo per Lecce, domani nuova udienza in tribunale. Non sopporto la menzogna e la combatterò – ha scritto ieri la mamma della 31enne scomparsa (presente oggi in aula), che in questi lunghi anni non ha mai dimenticato quella dolce ragazza dagli occhi azzurri, che divideva la sua giovane vita tra il lavoro e la passione per lo sport. “Nessuno deve usare la tua professionalità per crearsi degli alibi. Tu ed io saremo in quell'aula per questo, dal momento che la tua vita non ce la restituirà nessuno. Stai con me amore sempre, perché senza di te non sono niente”. Lisa Picozzi era capitano del Cs Alba, formazione pallavolistica di Albese con Cassano che disputa il campionato di B2 femminile. Difficile dimenticare i suoi splendidi occhi turchesi.

A giudizio, dinanzi al giudice monocratico di Lecce, Roberto Tanisi, sono finiti l'ingegnere Davide Scarantino, amministratore delegato della Sun System, l'azienda milanese specializzata nella realizzazione di impianti fotovoltaici per cui Lisa Picozzi lavorava; Adelchi Sergio, patron dell’omonimo gruppo di Tricase che opera nel settore calzaturiero, e Luca Sergio, 42 anni (figlio di Adelchi), legale rappresentante della Selcom. Un processo scaturito anche dal lavoro svolto dall’avvocato Massimo Bellini, legale della famiglia della vittima (che si è costituita parte civile), che aveva presentato in Procura una denuncia nei confronti dell’imprenditore salentino.

Oggi, in aula, ha deposto l’architetto Antonello Rina, collega della vittima. Secondo il teste l’ingegner Picozzi trovò al suo arrivo, la scala già posizionata per raggiungere la sommità degli edifici industriali. Un particolare che dimostra in maniera evidente che il sopralluogo doveva avvenire anche sul solaio. Tra i testi anche Ippazio Prete, uomo di fiducia della famiglia Sergio, che per conto degli imprenditori aveva partecipato al briefing nei giorni precedenti alla tragedia.

Il teste ha spiegato che ci si era limitati a considerare il pericolo di come raggiungere il tetto e non della minaccia dello stesso. Per questo era stata utilizzata una scala armata tenuta da due persone. L’ingegnere Salvatore Rizzo, consulente tecnico della parte civile, ha parlato, in riferimento al luogo della tragedia, di “un trabocchetto fatale”, che aveva indotto in errore la vittima, poiché in nessun progetto era segnata la presenza di lucernari e zone non calpestabili. Nella sua relazione l’esperto ha parlato di “difformità ed emergenze in materia di sicurezza congenite al fabbricato”.

Lisa Picozzi era giunta nel Salento per svolgere dei sopralluoghi sui tetti di alcuni capannoni, in rappresentanza della ditta lombarda. Dopo essere salita sul solaio per mezzo di una scala, mentre stava effettuando alcuni rilievi, all’improvviso precipitò al suolo da un'altezza di sette metri. Il rivestimento in eternit presente sul solaio aveva coperto anche il lucernario in plexiglass (capace di reggere un peso di soli 20 chilogrammi per metro quadro), trasformandolo, come ha scritto il gup, “in un'insidia e una trappola”. Circostanza, questa, evidenziata sia nell'informativa dei carabinieri di Tricase, sia nella relazione dei tecnici dello Spesal. Gli agenti del Servizio di prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro hanno rilevato le responsabilità della Sun System, che avrebbe dovuto svolgere, a loro dire, rilievi e accertamenti fotografici e stabilire in anticipo la pericolosità del solaio del capannone, di cui era comunque responsabile anche la proprietà.

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