Lunedì, 21 Giugno 2021
Cronaca

Morte del collaboratore Filocamo, Klaus Davi non crede alla tesi del suicidio

Il giornalista e massmediologo l'aveva sentito di recente. "Non era depresso". E ritiene che Lecce sia stata una destinazione errata per il reggino, che rientrava in un programma di protezione

Klaus Davi (foto Ansa).

LECCE – Klaus Davi non ci sta. Non n’è convinto. Non ne vuole sapere. Il giornalista e massmediologo, di cui è noto l’impegno contro la ‘ndrangheta, e che conosceva Tonino Filocamo, collaboratore di giustizia reggino trovato morto a Lecce nei giorni scorsi, ha seri dubbi sulla possibilità che si sia trattato di un suicidio. “Lo escludo nella maniera più assoluta”, ha scritto Davi in una nota stampa. “Avremmo dovuto incontrarci a breve, forse già la settimana prossima. Ci siamo sentiti e scritti venerdì e ci siamo ripromessi che ci saremmo visti a breve. Non era depresso, non aveva nessuna intenzione di suicidarsi. Adorava la sua bambina”.

Particolarmente forti sono le dichiarazioni successive di Davi, che dice: “Lo hanno mandato a Lecce, il regno dei Tornese, che sono pappa e ciccia con i ‘Riggitani’, con la potentissima ‘ndrangheta di Reggio”. E, aggiungendo di aver “documentato i viaggi di Giorgino De Stefano in Puglia e i suoi legami con esponenti della Scu a Milano”, dice: “Stare a Lecce è come stare ad Archi, poco ci manca. Come piazza non è proprio l'ideale. Non dico che l’hanno mandato a morire, ma insomma”. E allora, “qualcosa non torna”, prosegue Davi, che di recente ha sentito Filocamo, dopo la puntata di “Fatti e Misfatti” alla quale ha partecipato come ospite di Paolo Liguori.

“Gli era piaciuta la puntata e l’avevamo commentata insieme. Eravamo rimasti d’accordo di vederci a breve”. Sulla sua pagina Facebook ha anche postato l’ultimo messaggio di Filocamo a lui rivolto. “Grande Klaus sei il numero 1”, inviato proprio dopo la puntata dedicata alla ‘ndrangheta, andata in onda venerdì scorso alle 13,30 sulle reti Mediaset.

Chi era Tonino Filocamo

Filocamo, dopo aver avviato la collaborazione con la Procura calabrese, era stato inviato a Lecce, nell’ambito di un programma di protezione dei testimoni. Risiedeva in un appartamento del centro. Ma, dato che a un certo punto ha smesso di rispondere alle chiamate della sua famiglia, è stata chiamata la polizia. Nell’appartamento di Filocamo si sono così presentati gli investigatori della squadra mobile e il 118. Ma ormai non c’era più nulla da fare.

Considerata la particolarità della situazione, dagli ambienti investigativi è trapelato ben poco. si sa che accanto al suo corpo, riverso sul pavimento, è stato trovato dello spago che sarebbe stato utilizzato per togliersi la vita, che dalla prima ispezione del medico legale non sarebbero emersi segni di violenza, che, le stanze sarebbero state in ordine e che non ci sarebbero state effrazioni su porta d’ingresso e finestre. La salma si trova nella camera mortuaria dell’ospedale “Vito Fazzi” di Lecce, in attesa dell’autopsia, necessaria per fugare – o, almeno, si spera - ogni dubbio residuo.

Filocamo era stato considerato presenza costante nell’orbita della cosca dei Serraino. Avrebbe coperto la latitanza del boss Maurizio Cortese, occupandosi dell’approvvigionamento di denaro tramite richieste estorsive ai danni di commercianti e imprenditori del Reggino da destinare al mantenimento dei detenuti.

Dall’agosto scorso godeva del programma di protezione, da poco dopo, cioè, che era scattato il blitz “Pedigree”, con l’accusa di associazione di stampo mafioso, nel quale era rimasto coinvolto. Lo scorso mese, il neo collaboratore di giustizia aveva reso dichiarazioni ai giudici della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria sull’omicidio di Nino Gullì nel 2008. Un pentito che, una volta abbandonato il programma di protezione, fu freddato nel quartiere Modena di Reggio Calabria davanti a una trentina di passanti. Tra le sue parole l’indicazione del presunto autore dell’uccisione di Gullì, delitto rimasto irrisolto e la cui indagine è confluita nel processo ribattezzato “Cemetery boss”.

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