Lei senza lavoro, lui non mantiene il figlio: ci dovranno pensare i nonni paterni

Una storia semplice e complessa in cui di mezzo c'è un bimbo di 7 anni e che s'è conclusa da due anni. Il Tribunale civile ha obbligato i genitori dell'uomo a farsi carico di almeno una parte della somma. Una vicenda che rappresenta anche uno spaccato dei problemi che attanagliano le famiglie italiane

@TM News/Infophoto

LECCE – Ci sono voluti due anni per riconoscere il diritto di un bimbo di 7 anni ad avere la sussistenza adeguata, se non dal padre, inadempiente, almeno dalla famiglia di questi. Una vicenda che arriva dal Magliese. E in cui i nonni paterni sono stati quindi chiamati a fornire una cifra mensile per il mantenimento del nipote.

La madre, assistita dall’avvocato Raffaele Di Staso, aveva chiesto 600 euro, cioè esattamente quanto avrebbe dovuto corrispondere il coniuge da cui s’è separata. Il giudice monocratico del Tribunale civile di Lecce, Adele Ferraro, nei giorni scorsi, ha disposto che i nonni debbano versarne 300. Bisogna considerare, infatti, anche la loro stessa situazione, non del tutto ottimale, ma anche l’aiuto che la madre stessa ha avuto finora dalla sua famiglia d’origine.

Sebbene non si tratti di una sentenza innovativa, val la pena ripercorrerne le tappe principali. Per due motivi principali. Il primo, perché tale obbligazione a carico degli ascendenti, come rileva lo stesso giudice, è sempre da considerarsi un fatto di natura eccezionale. E non deve essere intesa come un modo per tutelare il figlio (cioè il coniuge separato), quanto solo e soltanto per favorire il benessere del bimbo. E’ l’ultima tappa di un lungo percorso, in sostanza, la decisione estrema, che deve sopraggiungere solo quando non si riesca in alcun modo a impegnare il genitore a farsi carico dei suoi doveri.   

Il secondo, perché certe vicende, che emergono a volte dagli atti processuali, hanno anche una connotazione politica e sociologica, rappresentano uno specchio della società moderna, offrono uno spaccato non solo di alcune derive, ma anche di quanto situazioni d’indigenza – perché è di povertà o quasi che si sta parlando – siano diffuse tra le famiglie italiane. Il lavoro eternamente instabile che diventa presto disoccupazione, problemi economici che si abbattono sui giovani e che riguardano spesso anche i nonni, che campano con pensioni da fame. Tutto ciò si riflette inevitabilmente sugli incolpevoli bambini.

C’è tutto questo e anche altro nella vicenda che arriva dalle aule della seconda sezione civile. Una storia semplice e complessa nello stesso momento, che ha obbligato il giudice sia ad alcuni precisi accertamenti, affidati alla guardia di finanza, sia a equilibrare bene la decisione ultima.

Tutto è nato dopo la separazione della coppia, con l’obbligo ricadente sull’uomo di versare 600 euro mensili da rivalutare ogni anno secondo l’indice Istat. Obbligo a quanto pare disatteso. E non bastasse questo, i problemi si sono amplificati quando la donna è rimasta disoccupata. Prima lavorava in un call center. Per far fronte alle esigenze, ha dovuto chiedere aiuto alla sua famiglia, che per un periodo ha anche offerto un alloggio.

I nonni paterni, tirati in ballo nell’udienza del 20 maggio scorso e difesi dall’avvocato Anna Grazia Maraschio, ai quali è stato richiesto di provvedere al posto del loro figlio con il versamento di 600 euro, hanno spiegato di sopravvivere con le loro pensioni non certo esorbitanti, una di 555 euro circa e l’altra di poco più di 710 euro. Hanno anche replicato che la madre viveva nella casa coniugale, come disposto all’atto di separazione, e menzionato il reddito derivante dal call center (non sapendo però, forse, che nel frattempo lei aveva perso il lavoro).

Hanno anche aggiunto che il padre provvedeva già in qualche modo agli assolvimenti, sia con i buoni pasto per la scuola, sia con l’abbigliamento. Dal canto loro, i due anziani hanno pure spiegato di usare buona parte dei propri soldi per curare diverse patologie di cui soffrono.

I nonni materni, nell’udienza seguente, quella del 16 aprile, hanno sostenuto che la figlia non avesse più il lavoro al call center e specificato di averla ospitata con il nipote fin quando lei non è riuscita con un’azione di reintegro a rientrare in possesso dell’immobile assegnatole in sede di separazione. In aggiunta, hanno anche rilevato di avere come onere una rata mensile per un finanziamento che scade fra cinque anni. Insomma, nonostante tutto, si erano fatti carico per quanto possibile dei problemi sorti nel tempo.

Il Tribunale, per una corretta valutazione di tutti gli elementi forniti, ha chiesto alla guardia di finanza di disporre approfondimenti sui redditi. E’ stato così comprovato coma la donna avesse effettivamente perso il lavoro e che nel 2013 avesse ottenuto un reddito di poco meno di 7mila e 800 euro, ritenuto inadeguato a provvedere alle necessità del bimbo. Non solo. I nonni della madre hanno prodotto in tribunale le matrici dei buoni pasto. Di fatto, sul punto n’è uscita smentita la controparte.

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Il padre del bimbo, inoltre, è stato oggetto di denunce e azioni esecutive, non ha presentato dichiarazione dei redditi, è proprietario della casa destinata ad abitazione familiare e come unico mezzo possiede uno scooter. Il quadro generale ha fatto sì che fosse riconosciuta la necessità che i nonni paterni si facessero carico di almeno una parte del mantenimento, riconoscendo quindi 300 euro mensili sui 600 richiesti. Il padre del bimbo è contumace. Non s’è mai presentato alle udienze.

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