Massacro in via Montello, il gip: “L'assassino ha scelto le vittime in modo casuale”

L’assenza di contrasti con la coppia e il modo in cui Antonio De Marco ha programmato ed eseguito il delitto, la dicono lunga sulla sua pericolosità sociale. Per questo, deve restare in carcere

LECCE - Ha scelto Eleonora Manta e Daniele De Santis casualmente e il modo in cui ha programmato ed eseguito il loro massacro la dice lunga sulla sua crudeltà e pericolosità sociale. Lo sostiene il giudice Michele Toriello (in foto) nell’ordinanza con cui oggi ha convalidato il fermo di Antonio De Marco, 21 anni, di Casarano, ritenendo di non poter applicare nei suoi riguardi nessun'altra misura cautelare se non quella del carcere.

Spiega il gip: “Le esigenze cautelari sono certamente, concretamente ed attualmente ravvisabili in massimo grado: la circostanza che il De Marco abbia maturato un disumano proposito omicida (disumano alla luce della inquietante sceneggiatura - fatta di torture e scritte sui muri - ipotizzata nella fase dell’ideazione del delitto), abbia individuato le sue vittime senza alcun effettivo collegamento ad un qualsivoglia attrito insorto nel corso della loro breve convivenza, abbia mantenuto fermo il suo progetto di morte, mettendo a punto – giorno per giorno – i dettagli necessari a metterlo in atto (l’acquisto del coltello;il giudice Michele Toriello-2 l’acquisto delle fascette; l’acquisto della candeggina e della soda; il sopralluogo ovvero, come oggi dichiarato dal De Marco, l’accertamento tramite google maps delle videocamere presenti sul percorso che avrebbe dovuto compiere), ed infine lo abbia portato a termine con spietata determinazione, impone di ritenere sussistente un elevatissimo pericolo di recidivanza, avendo egli mostrato una inquietante capacità di porre in essere con ferocia atti di violenta aggressione alla vita di persone sostanzialmente scelte a caso”.

La descrizione di De Marco fatta nell’ordinanza richiama quella di un potenziale serial killer che avrebbe agito per la prima volta, facilitato dalla conoscenza di una casa in cui aveva vissuto (dal novembre del 2019 allo scorso agosto, tranne che nel periodo del lockdown) e nella quale poteva introdursi senza intoppi, avendo conservato una copia delle chiavi d’ingresso.

L’assenza di un movente “ordinario” è uno degli aspetti più inquietanti del delitto che ha sconvolto una nazione.

 Nella sua confessione, prima davanti agli inquirenti, e oggi davanti al gip, al riguardo, De Marco ha dato come unica indicazione la rabbia: “Durante la permanenza nell’abitazione mi aveva dato fastidio qualcosa. Ho provato e accumulato tanta rabbia che poi è esplosa. Non sono mai stato trattato male. La mia rabbia, forse, era dovuta all’invidia che provavo per la loro relazione

Non avendo molti amici e per il fatto che trascorro molto tempo in casa da solo mi sono sentito molto triste…”.

E’ stato questo disagio a “trasformare” uno studente in Scienze infermieristiche, ben educato, diligente, introverso, in uno spietato e freddo criminale?

Certo è che per il giudice, il numero davvero spropositato di colpi inferti (più di sessanta), di gran lunga superiori a quelli che, grazie alla lunga lama del micidiale coltello utilizzato, sarebbero bastati a uccidere le vittime, la localizzazione dei fendenti (su tutto il corpo, anche al volto), e l’accanimento sui cadaveri, sono chiaramente rivelatori di spietata efferatezza, cattiveria e inumana crudeltà.

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