Lunedì, 26 Luglio 2021
Cronaca

Morì in una cella messicana. Fra nodi cruciali, il caso Renda torna in aula

Tre degli imputati sono già stati condannati in Messico. Si dovrà decidere se potranno essere processati anche in Italia. E al vaglio c'è la posizione anche di altri quattro imputati. Si preannuncia una vera e propria battaglia

Simone Renda.

LECCE – Torna in aula, dinanzi ai giudici della Corte d’Assise del capoluogo salentino, il processo per l’omicidio di Simone Renda, il bancario leccese di 34 anni deceduto in circostanze misteriose il 3 marzo del 2007, mentre si trovava in vacanza in Messico. Un omicidio volontario, secondo l’accusa, commesso “sottoponendo Renda a trattamenti crudeli, inumani e degradanti al fine di punirlo per una presunta infrazione amministrativa durante la sua detenzione nel carcere municipale di Playa del Carmen”.

Domani la Corte d’Assise, presieduta da Roberto Tanisi, dovrò decidere su due questioni fondamentali. Innanzitutto se al processo debba applicarsi il principio del “ne bis in idem” e cioè che nessuno può essere giudicato due volte per lo stesso fatto. Uno degli imputati, il giudice qualificatore Hermilla Valero Gonzalez, ha trasmesso alla Corte una memoria e una sentenza (entrambe depositate agli atti) in cui si evidenzia come ci sia già stato un processo dinanzi alla magistratura messicana. Nel 2007 il procuratore generale aprì un'indagine preliminare, citando a comparire gli imputati e spiccando un mandato d’arresto per quattro persone.

Nel 2010 la Corte messicana ha condannato a tre anni di reclusione, per i reati di omicidio colposo e abuso di potere, Hermila Valero Gonzalez (una pena commutabile in una multa di 9mila pesos). Cruz Gomez (responsabile dell’ufficio ricezione del carcere) e Enrique Sánchez Nájera (guardia carceraria), sono stati condannati a 2 anni e 10 mesi (commutabili in 8mila pesos di multa). Prosciolto, invece, Pedro May Balam, vicedirettore del carcere.

Altro nodo cruciale è l’ipotesi di reato formulata nei confronti degli otto imputati, tutti cittadini messicani (gli altri quattro sono Francisco Javier Frias e Jose Alfredo Gomez, agenti della polizia turistica del municipio di Playa del Carmen; Arceno Parra Cano, vicedirettore del carcere; Luis Alberto Landeros, guardia carceraria). Le ipotesi di reato nei loro confronti sono di omicidio e violazione dell’articolo 1 della Convenzione Onu contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti. Un’imputazione su cui la difesa si prepara a dare battaglia.

Una tesi, quella del principio del “ne bis in idem”, che trova la precisa e puntuale opposizione dei legali di parte civile, gli avvocati Pasquale Corleto e Fabio Valenti, hanno confutato in una dettagliata e articolata memoria depositata qualche giorno fa presso la cancelleria della Corte d’Assise di Lecce. L’avvocato Corleto, decano dei penalisti salentini, spiega che per quattro degli imputati il principio non può essere sollevato, poiché non son mai stati giudicati, mentre per gli altri quattro “non ha motivo di esistere in mancanza di una specifica convenzione bilaterale o multilaterale che regoli la materia tra i due Stati”. La parola passa ora ai giudici.

Simone Renda fu arrestato due giorni prima del decesso dalla polizia turistica con un'accusa di ubriachezza molesta e disturbo della quiete pubblica, e rinchiuso in una cella di sicurezza. Al momento dell’arresto il medico in servizio presso il carcere municipale gli aveva diagnosticato un grave stato clinico dovuto a ipertensione e un sospetto principio d’infarto, prescrivendo immediati accertamenti clinici in una struttura ospedaliera. Inspiegabilmente, però, le richieste del medico non furono ascoltate e il turista salentino fu trattenuto in stato di fermo senza ricevere assistenza sanitaria, abbandonato a se stesso.

Senz'acqua e senza cibo per 42 ore, morì completamente disidratato. Sono ormai trascorsi quasi quattro anni da quella tragica morte, ma il tempo non ha lenito un dolore troppo da grande da raccontare per chi, come la mamma di Simone, Cecilia Greco, in questi lunghissimi giorni non ha mai smesso di lottare e di chiedere giustizia. La donna, assistita dagli avvocati Pasquale Corleto e Fabio Valenti, si è costituita parte civile.

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