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Venerdì, 12 Aprile 2024
Sfuggiti alla morte in Egitto

Yacht in fiamme esplode nel Mar Rosso: due salentini vivi per miracolo

La disavventura per una coppia leccese che stava affrontando una crociera diving: poi l’incubo con un rogo a bordo della nave e la morte di una donna tedesca. La notte sui gommoni senza soccorsi prima di vedere la riva

HURGHADA (EGITTO) /LECCE – Vivi per miracolo dopo essere sfuggiti all’incendio e alla successiva esplosione dell’imbarcazione su cui viaggiavano al largo delle coste egiziane tra le acque del Mar Rosso: una crociera da incubo per una coppia di salentini, che, a qualche giorno di distanza dagli eventi, porta impressi i contorni della paura e dello shock per una vicenda terribilmente unica, che ha, tra l’altro, causato la morte di una donna tedesca.

Isabella Ruggeri, consulente del lavoro, e Gennaro Palomba, dottore commercialista, sono due professionisti leccesi e coppia nella vita con la passione per l’escursione e il mondo delle crociere diving. Istruttori di immersione e, quindi, con una certa confidenza con il mare e i suoi segreti, hanno affrontato almeno una decina di esperienze dedicate a questo interesse: eppure niente lasciava loro presagire che l’ultimo viaggio programmato, quello che li ha portati ad Hurghada, una delle città balneari d’Egitto famosa proprio per le immersioni, si sarebbe rivelato tanto rischioso da mettere in pericolo la loro sopravvivenza.

La prenotazione e il cambio di nave

Tutto è iniziato prenotando la crociera destinata alla scoperta dei tesori subacquei d’Egitto, prevista dal 17 al 24 febbraio, su un sito specializzato (Liveboard.com). Muniti dell’occorrente e delle attrezzature necessarie ad affrontare la nuova avventura, sono partiti con un aereo da Napoli per raggiungere con un volo diretto la propria meta. Qui, hanno conosciuto i propri compagni, quelli di lì a poco avrebbero attraversato con loro le tremende peripezie vissute dopo l’incidente: 15 persone, provenienti da diverse aree del mondo (dieci cittadini tedeschi, un’americana, francesi, argentini e una rappresentanza da Singapore) per un gruppo di 17 con i due salentini. La prima novità è stata il cambio di imbarcazione, annunciato via mail il 15 febbraio, dalla società organizzatrice. E una volta sul posto, insieme agli altri partecipanti e a tredici membri dell’equipaggio (due guide, il comandante e dieci persone dello staff) sono saliti a bordo del “Sea Legend”, uno yacht di 42 metri, dotato di tutti i comfort del caso e senza apparenti controindicazioni.

La notte del disastro

Per spostarsi e raggiungere i siti di immersione, la nave viaggiava di notte per far fronte alla particolarità del moto ondoso del Mar Rosso particolarmente spinto, al forte vento e per approfittare del sonno dei presenti per evitare malesseri a bordo.

La notte del 21 febbraio, attorno alle 3.30, il commercialista leccese si sveglia: dalle cucine, poste vicino alla propria cabina, proviene uno strano odore di fumo via via più intenso. Decide di svegliare la moglie per avvertirla: all’inizio, lei pensa che sia solo il puzzo del carburante per i motori spinti dello yacht. Lui, però, non è convinto, si alza e scopre che nel ristorante sta divampando un incendio, forse causato da un cortocircuito. A presidiare la zona, però, non c’è nessuno: lo staff dorme al piano di sopra e tocca all’uomo salentino salire e lanciare l’allarme.

Pochi minuti e quel fumo da bianco diventa nero catrame. Il rogo cresce, invade il locale interno e costringe i passeggeri a radunarsi sulla plancia a poppa della nave per cercare un minimo rifugio: ma c’è poco tempo a disposizione per pensare al da farsi, perché a bordo ci sono le bombole per le immersioni e il contatto col fuoco si rivelerà certamente letale per le sorti dell’imbarcazione e del gruppo. Occorre scappare e la quiete che solo pochi minuti prima caratterizzava la notte è già solo un lontano ricordo. Si lancia l’allarme, sperando che qualcuno arrivi presto in soccorso.

Nel frattempo, l’unica via di scampo è calare in mare i due gommoni utilizzati per raggiungere i cigli di immersione: sono precari rispetto all’impeto delle onde e al vento che soffia forte, ma non c’è alternativa, perché non esistono scialuppe né giubbotti di salvataggio. E soprattutto ci si rende conto di essere soli, perché del capitano in carica, novello “Schettino” si sono perse le tracce, visto che la nave, invece di fermarsi per permettere di avviare le operazioni di salvataggio in sicurezza continua a navigare proprio per l’assenza del nocchiero al timone: scene viste solo in un film d’azione, che purtroppo si materializzano sotto gli occhi dei presenti, con l’adrenalina, la paura, la tensione che sono un cocktail micidiale nella notte che appare ancora lunga e difficile da percorrere.

IL VIDEO DELLA TERRIFICANTE ESPLOSIONE

Si buttano tutti in mare, nel buio e con lo yacht in movimento, mentre lo vedono imbarcare acqua e dare i primi segnali d’affondo. Le urla disperate, il salto nel vuoto con l’impresa di salire sui piccoli natanti e mettersi parzialmente in salvo: qualcuno si fa male, ma è troppa l’ansia per sentire il dolore. I due salentini si trovano su barche differenti, perché l’uomo con coraggio aiuta gli altri passeggeri a scendere prima di mettersi in salvo. All’appello manca qualcuno, ma nel caos del momento purtroppo nessuno se ne accorge.

Ci si allontana man mano dal “Sea Legend” che, poco dopo, in lontananza, a circa 500 metri di distanza da loro, esplode dentro una terribile deflagrazione che rende palese cosa i naufraghi abbiano rischiato. Ma l’incendio e la nave distrutta non segnano ancora la fine dell’incubo, perché davanti a loro si stende un mare grosso da affrontare per non si sa quanto ancora e loro sono abbandonati a circa dieci miglia dalla terraferma. Con pochi indumenti e privi di tutto, tentano ancora di lanciare qualche segnale in attesa che le istituzioni locali, la guardia costiera o chi per loro, lo raccolgono.

Ma nessuno arriverà e, dopo tre ore e mezzo di navigazione incerta con la paura di un assalto di squali e di vedere il mare ribaltare i gommoni (uno dà evidenti segni di cedimento), riescono miracolosamente a raggiungere la costa. Lì, spiegate sulla banchina, ci sono ambulanze e forze dell’ordine. I naufraghi sono costretti a scendere a trecento metri dalla battigia e a percorrere a piedi o a nuoto l’ultimo tratto, facendo i conti con il fondale di coralli che lascia tagli sui piedi o sull’addome a seconda dell’impatto. Verrebbe da piangere, pregare, maledire il destino o restare aggrappati alla vita con tutta l'energia residua in corpo. 

Si prestano i soccorsi, le medicazioni, si trasferiscono i naufraghi in strutture ricettive dove stare al caldo, al coperto, dopo una traversata che ha segnato di ferite e ipotermia: “Ho pensato al peggio – racconta Isabella Ruggeri -, perché non vedevo arrivare mio marito: fortunatamente qualche ora dopo, ci siamo ritrovati”.

L’assenza di soccorsi e l’ostruzionismo delle autorità locali

Ma quel che fa specie a mente fredda, dopo essere riusciti a salvarsi, è il mancato intervento dei mezzi durante la situazione critica: “Nessuno si è mosso – racconta ancora -, siamo stati abbandonati da soli, vivendo qualcosa di davvero terrificante. Solo una volta arrivati a riva, ci siamo resi conto che all’appello mancasse la donna tedesca e qualcuno si è mosso per andare a cercarla, ma sulla sua morte è calato il silenzio, quasi non si volesse far filtrare la notizia, che effettivamente non è comparsa da nessuna parte”.

“Ci siamo accorti nell’emergenza – spiega - che un’imbarcazione che affronta questi tipi di crociere non fosse rispettosa degli standard basilari di sicurezza: non è stato il primo episodio, a quanto abbiamo scoperto di lì a poco, di esplosione di navi simili. Si trattava del terzo in pochi mesi, eppure nessuno sembra voler far niente per la sicurezza”.

Non solo: i sopravvissuti hanno scoperto che in zona non esista una forza aerea con una flotta di elicotteri impiegati per il salvataggio in mare. Da lì in poi è iniziata anche una specie di forte ostruzionismo da parte delle forze dell’ordine e delle istituzioni locali con interrogatori pressanti e la richiesta di firmare dichiarazioni con cui venire liberati da ogni responsabilità.

Il ruolo dell’ambasciata italiana

“Posso dire – racconta la donna – che l’incubo è proseguito nella comunicazione successiva e in tutta la fase in cui abbiamo provato a fare ritorno in Italia, visto che l’Egitto, al contrario, di quanto si crede, è un territorio che vive di fatto in guerra (sono in corso operazioni militari israeliane a ridosso di Rafah, la città schiacciata al confine con Gaza, nda) con aree bloccate: le istituzioni locali hanno provato a trattenerci sul posto, chiedendo anche sottobanco denaro per i documenti da firmare. Dobbiamo solo ringraziare l’intervento di Tiziana Lombardi, la segretaria dell’ambasciata italiana, che ci ha aiutato nella fase diplomatica e burocratica, se siamo riusciti a venirne a capo e a fare ritorno a casa”. Al rientro, l'abbraccio dei propri cari e la fine di un incubo che resta impresso nella mente e sui corpi. 

Cosa resta dell’incubo

C’è amarezza e danni morali ed economici al termine di questa atroce esperienza: “Abbiamo perso materialmente le attrezzature, vestiti, cellulari per un danno tra i quindicimila e i ventimila euro – aggiunge Ruggeri -, senza calcolare che avendo smarrito il telefono ho perso tutti i contatti e qualche cliente che ha pensato che fossi sparita. Abbiamo danni fisici: io fatico a camminare, ho delle mini fratture, mentre mio marito è sotto shock, fatica a parlare”.

“Vorremmo, però, che quanto accaduto a noi – conclude – serva a chiarire alcune cose: innanzitutto che l’Egitto è un territorio pericoloso e che i viaggi diving non sono sicuri. Nelle varie crociere di questi mesi finite male sono ben cinque le vittime, anche se nessuno ne vuole parlare. E ancora che fare ritorno in Italia è complicato perché è un paese in guerra. Noi ci siamo passati”. 

La vittima

Ma c'è chi quell'odissea non potrà raccontarla, perché inconsapevole vittima: è la donna tedesca di 50 anni, che lascia due figli e il marito. Era partita per qualche giorno di relax e non poteva di certo immaginare che sarebbe rimasta inghiottita dalla pancia di una nave in fiamme e dalle profondità di un mare tempestoso in una notte di febbraio. Ed è anche per lei che appare inopportuna ogni forma di ostruzionismo informativo sulla vicenda (esercitato come raccontato dai superstiti dalle autorità locali) e necessario ricostruire la verità dei fatti e le responsabilità alla base di una tragedia evitabile.  

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