Omicidio De Salve, nuovo colpo di scena: da rifare il processo d'appello a Montedoro

I giudici della Corte di Cassazione hanno annullato la condanna a 30 anni di reclusione inflitta a Tommaso Montedoro, 39enne di Casarano, stabilendo che un nuovo processo debba essere celebrato dinanzi alla Corte d’assise d’appello di Lecce. E’ solo l’ultimo capitolo di una lunga e complessa vicenda giudiziaria

LECCE – E’ un delitto che riaffiora dagli abissi del tempo, capitolo di un romanzo criminale che ha insanguinato le strade del Salento. Quello di Rosario De Salve, il macellaio di Matino assassinato l’11 marzo del 1998, è un omicidio che a distanza di oltre quindici anni non ha ancora visto la parola fine negli uffici giudiziari.

I giudici della Corte di Cassazione hanno annullato la condanna a 30 anni di reclusione inflitta a Tommaso Montedoro, 39enne di Casarano, stabilendo che un nuovo processo debba essere celebrato dinanzi alla Corte d’assise d’appello di Lecce. E’ solo l’ultimo capitolo di una lunga e complessa vicenda giudiziaria. In primo e secondo grado Montedoro era stato condannato all’ergastolo per gli omicidi di De Salve e di Fernando D'Aquino e Barbara Toma, trucidati a colpi di Kalashnikov a Casarano la sera del 5 marzo 1998. La Cassazione annullò con rinvio quella sentenza, stabilendo che un nuovo processo doveva essere celebrato a Taranto. Nel nuovo processo d’appello, a luglio del 2014, i giudici avevano condannato Montedoro a 30 anni per il solo omicidio De Salve, assolvendolo per gli altri. Sentenza poi impugnata in Cassazione dall’avvocato Mario Coppola e dal professor Federico Grosso. I giudici della Suprema Corte hanno annullato con rinvio anche questa sentenza, che torna dinanzi ai giudici della Corte d’assise d’appello di Lecce.

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Ritenuto dagli inquirenti una figura di spicco della Sacra corona unita, luogotenente del boss Vito Di Emidio (alias Bullone), Montedoro fu arrestato dai carabinieri nel febbraio del 2006 dopo quasi un anno e mezzo di latitanza, al termine di uno spericolato inseguimento lungo le strade di Corigliano  d’Otranto con la sua potentissima Golf, con cui speronò l’auto civetta dei carabinieri del Nucleo investigativo. Un’auto modificata con lastre a protezione dei sedili e un congegno per versare lubrificante sul manto stradale. Nel marzo scorso è stato condannato a 14 anni di reclusione al termine del giudizio abbreviato scaturito dall’operazione “tam tam”. A luglio, su istanza del suo difensore, ha ottenuto i domiciliari, che sta scontando lontano dal Salento. 

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