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Mercoledì, 25 Maggio 2022
Cronaca Porto Cesareo

Omicidio del giovane pastore, la pm: “Ucciso per un gioco macabro”. Chiesti 25 anni

In una dettagliata requisitoria, oggi la pm Carmen Ruggiero ha ripercorso le indagini sulla morte del 23enne albanese, Qamil Hyrai, freddato con un colpo di pistola alla testa il 6 aprile del 2014 nelle campagne fra Torre Lapillo e Torre Castiglione

PORTO CESAREO - “Si trattò di un gioco macabro. Giuseppe Roi, pur di divertirsi, facendo spaventare il giovane pastore che lavorava per lui, sparò due colpi d’arma da fuoco nella sua direzione, e lo uccise”: è quanto ha sostenuto in aula, la pubblico ministero Carmen Ruggiero che oggi ha chiesto la condanna del 40enne di Copertino a venticinque anni di reclusione.

La pena è stata invocata al termine di una dettagliata requisitoria, durata circa due ore e iniziata con l’ascolto delle due telefonate con le quali l’imputato, il 6 aprile del 2014, informò il 118 che il padre aveva rinvenuto la vittima, il 23enne albanese, Qamil Hyrai, (alla quale avrebbe dovuto consegnare il pranzo), nei pressi del luogo dove era solito pascolare il gregge, nelle campagne fra Torre Lapillo e Torre Castiglione.

Su sollecitazione dell’operatore, Roi affermò che il ragazzo era stato attinto da colpi di arma da fuoco. Ma né 118, né polizia giudiziaria, né il medico legale Roberto Vaglio con un’esperienza ventennale, giunti sul posto, riuscirono a rilevare questa circostanza. La testa era rivestita da sangue e, la prima visita esterna, rilevò solo un piccolo foro di 4 millimetri.

“Insomma, come faceva Giuseppe Roi a sapere che qualcuno aveva sparato all’amico e che il colpo non fu solo uno?”, ha chiesto la pm alla Corte d’Assise di Lecce, composta dal presidente Pietro Baffa, dalla collega Maria Francesca Mariano e dai giudici popolari.

Ma questo è solo uno degli elementi che, per la pm Ruggiero, inchioderebbero l’imputato alle sue responsabilità.

I successivi accertamenti medico legali e balistici consentirono di ricostruire la dinamica di fuoco: la vittima si trovava dietro un muro perimetrale che era leggermente più basso di questa, quando furono esplosi due proiettili, a distanza di 70 centimetri; uno la raggiunse fatalmente, l’altro colpì un vecchio frigorifero, terminando la sua corsa contro il muro, ad un’altezza di 90 centimetri da terra. Sull’elettrodomestico, infatti, i carabinieri trovarono quattro fori allineati che, stando a quanto dichiarato dal proprietario della villetta, non erano presenti quando, la sera prima, lo lasciò sul posto con l’obiettivo di smaltirlo in un secondo momento.  

Secondo il consulente della Procura, inoltre, entrambi i proiettili erano calibro 22, ma la lieve deformazione di quello estratto dal muro e l’assenza di bossoli, non consentirono comparazioni certe (nonostante le caratteristiche fossero comuni) né di stabilire con certezza assoluta l’arma da cui partirono.

Attraverso l’analisi dei tabulati telefonici e le risultanze medico-legali, inoltre, la morte, sarebbe avvenuta alle 12.55, certamente tra le 11.40 e le 13.27.

Per la pm, questi sono dati inconfutabili, mentre la ricostruzione della difesa, è priva di fondamento scientifico e quindi di valenza probatoria, perché si baserebbe solo su un’ipotesi legata all’esperienza del consulente Luciano Garofano, già generale del Ris di Parma, secondo cui l’arma impiegata fu una carabina, “perché i proiettili erano troppo deformati per poter essere stati esplosi da una pistola” e che un’arma simile viene normalmente impiegata solo dai cosiddetti “sparatori della domenica”. In ragione di questo, dunque, secondo l’esperto, a sparare sarebbe stato qualcuno in auto.

Durante le indagini, sono state considerate tutte le possibili piste e ai raggi x finirono sia la vita della vittima che quella del datore di lavoro.

Quello che è emerso, ha sottolineato il magistrato, è che Qamil fosse una persona semplice: giunto in Italia per lavorare, si svegliava alle tre del mattino e andava a letto alle 21. Il suo unico amico era Giuseppe Roi.

Di questo sarebbe invece risultato che: deteneva armi, che amava divertirsi con queste, usando come "bersagli", bidoni, e facendo spaventare il giovane pastore. Quest’ultimo a un cugino avrebbe riferito di non accettare giochi simili e di temere per la sua incolumità.

“Lui che era amico e datore di lavoro della vittima, cosa fa? Dopo la morte, non si costituisce persona offesa e, invece, di avvisare i familiari del decesso, invece di collaborare con le forze dell’ordine, va nella piazza del paese a cercarsi un avvocato”, ha tuonato in aula la pm, ricordando anche come il padre di Roi, Angelo, sia stato condannato, in primo e secondo grado (è pendente la Cassazione), a dieci mesi (pena sospesa) per simulazione di reato, poiché avrebbe denunciato un finto furto di animali con l’obiettivo di “coprire” il figlio.

Per tutte queste ragioni, secondo l’accusa, “non fu un evento tragico, ma la morte fu una cronaca annunciata; fu un omicidio con dolo eventuale, perché Roi accettò di pagare il prezzo dell’azione delittuosa pur di potersi divertire”.

Dopo la requisitoria della pm, hanno discusso gli avvocati delle parti civili, e nella prossima udienza, il 19 aprile, la parola passerà alla difesa, rappresentata dall’avvocata Francesca Conte. Poi i giudici si ritireranno in camera di consiglio per decidere il verdetto.

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