Pastore ucciso con un colpo di pistola, chiesto rinvio a giudizio per padre e figlio

Sono due le richieste di rinvio a giudizio formulate dal pubblico ministero Giuseppe Capoccia per l'omicidio di Qamil Hyrai, il giovane pastore albanese, di soli 23 anni, assassinato il 6 aprile scorso nelle campagne fra Torre Lapillo e Torre Castiglione con un colpo di pistola

LECCE – Sono due le richieste di rinvio a giudizio formulate dal pubblico ministero Giuseppe Capoccia per l’omicidio di Qamil Hyrai, il giovane pastore albanese, di soli 23 anni, assassinato il 6 aprile scorso nelle campagne fra Torre Lapillo e Torre Castiglione con un colpo di pistola. Omicidio colposo l’ipotesi di reato a carico di Giuseppe Roi, così come stabilito dal Riesame che aveva riqualificato la contestazione di omicidio volontario. Roi, arrestato a inizio novembre è poi tornato in libertà. Rischi di finire processo anche Angelo Roi, 69 anni, padre di Giuseppe, accusato di favoreggiamento e simulazione di reato. Il gip fisserà ora l’udienza preliminare.

Sulla riqualificazione del reato in sede di Riesame la difesa, rappresentata dagli avvocati Giuseppe Romano e Francesca Conte, aveva sottolineato come nella perizia balistica eseguita dai carabinieri del comando provinciale di Bari, si evidenzia che la vittima non fosse assolutamente visibile dal presunto punto di sparo, atteso che fosse completamente coperto dalle fronde di un albero interno al giardino della villetta, sporgenti al di là del muro di cinta: “la linea di tiro che passa sopra il frigorifero e sopra il muretto di recinzione, risultava coperta (occupata) dalle fronde dei rami dell’albero interno al giardino della casa”. Quindi, anche accettando per ipotesi che Roi abbia sparato, in nessun caso avrebbe potuto prevedere il concreto verificarsi del tragico evento, posto che il capo del pastore, al di là del muro perimetrale, fosse completamente coperto dalle fronde dell’albero interno al giardino della casa.

Un caso complesso e misterioso, “risolto” a distanza di sette mesi i carabinieri del comando provinciale di. A uccidere Qamil Hyrai è stato, secondo gli inquirenti, Giuseppe Roi, 31 anni, amico e datore di lavoro della vittima. L’omicidio è stato il tragico epilogo di una sorta di gioco di abilità con le armi. Secondo la ricostruzione dell’accusa, in quella tiepida mattinata di primavera Roi, appassionato di armi, si stava esercitando con una pistola calibro 22 (mai rinvenuta) mirando a un vecchio frigorifero. Poco più in là, appoggiato a un muretto, il pastore albanese teneva d’occhio il gregge.

Il primo colpo attraversa il frigorifero da parte. Hyrai sente il colpo di pistola e si volta. La sua vita si consuma nell’arco di un solo istante: l’istante della sua morte. Nessuna minaccia, nessun pericolo può mettere sull’avviso la sua giovane vita. Basta un proiettile sparato da lontano, mentre sta accudendo come ogni giorno il gregge, perché tutto finisca. Il proiettile lo colpisce dritto alla fronte, uccidendolo sul colpo.

Le indagini coordinate dal tenente colonnello Saverio Lombardi, e condotte dai carabinieri della compagnia di Campi Salentina, guidata dal maggiore Nicola Fasciano, e del nucleo investigativo di Lecce, comandato dal capitano Biagio Marro, hanno fatto luce su un delitto apparentemente senza soluzione, anche perché privo di movente. Perché è dal movente che si sviluppa e si ricostruisce, tassello dopo tassello, uno scenario plausibile, un contesto, fino all'individuazione dell'esecutore dell'omicidio.

Gli uomini dell’Arma hanno scandagliato a fondo nella vita del pastore, un bravo ragazzo, a detta di chi lo ha conosciuto nei mesi trascorsi nel Salento. Una vita tranquilla la sua, scandita da ritmi di lavoro serrati e sempre uguali: la sveglia prima dell’alba per recarsi nel panificio dove prestava servizio, poi le lunghe passeggiate per portare il pascolo al gregge, fino a sera. Una vita senza macchia e senza ombre, senza alias e passati criminali da nascondere.

carab-2In ogni delitto, però, basta un indizio, anche il più insignificante, per fornire agli investigatori una traccia da seguire. In questo caso fondamentale è stato la prima ricognizione sul luogo del delitto. L’esame di un vecchio frigorifero, posizionato sulla stessa linea di tiro che aveva colpito la vittima, ha permesso di scoprire un foro di proiettile calibro 22 e di recuperare l’ogiva sul muro della villetta adiacente. I successivi rilievi balistici hanno permesso di appurare che si trattava della stessa arma con cui era stato ucciso il 23enne albanese.  L’attenzione dei carabinieri si è spostata su Roi.

La testimonianza di un pastore, assunto sempre presso la masseria del presunto omicida, ha fatto emergere una serie di indizi. Innanzitutto la sua presunta passione per le armi, fucili e pistole, con cui si sarebbe eserictato usando come bersaglio un bidone di plastica bianco che aveva fatto sparire. Nel corso della perquisizione presso la masseria, i carabinieri hanno trovato segni di proiettile lasciati sul portone dell’ovile e sul muro, frammenti del bidone bianco e cartucce, borre e un caricatore di Kalashnikov.

Le indagini hanno portato poi a confutare la falsa denuncia di furto di bestiame presentata da Angelo Roi all’indomani dell’omicidio. La testimonianza del collega della vittima ha permesso di stabilire che il numero di ovini è rimasto invariato. A proposito scrive il gip che “la deliberata preordinazione di una falsa denuncia di furto di bestiame è palesemente finalizzata a dotare il delitto di un verosimile movente con chiaro scopo di depistare le indagini a suo carico”.

Inoltre, nella telefonata ai carabinieri il padre del presunto assassino racconta di aver trovato il cadavere del pastore, dicendo “l’hanno ammazzato”. Giuseppe Roi, però, al 118 racconta di una “persona sparata”, particolare singolare, poiché dalla posizione del cadavere (la fronte è coperta da un berretto) non è possibile stabilire che sia stato colpito da un colpo d’arma da fuoco, il foro del proiettile non è visibile. Solo chi ha sparato, sostengono gli inquirenti, può saperlo. Infine, dall’esame delle celle telefoniche è stato stabilito che Roi era lì al momento del detto.

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Un'indagine paragonabile a una difficile partita a scacchi giocata da un team di esperti come il pm Giuseppe Capoccia, il maggiore Saverio Lombardi, il capitano Biagio Marro e il maggiore Nicola fasciano. Un poker di esperienze, competenze e professionalità con un passato fatto di innumerevoli casi risolti e di criminali assicurati alla giustizia, partendo dal presupposto che ogni dettaglio, seppur all’apparenza insignificante, può rivelarsi fondamentale. 

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