Giovedì, 17 Giugno 2021
Cronaca

"Sodali di Caramuscio". Chiesti 176 anni di carcere

Le pene sono state invocate oggi dal pubblico ministero Guglielmo Cataldi, di fronte al gip Nicola Lariccia, nei confronti di quattordici dei diciannove imputati che hanno scelto il rito abbreviato

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LECCE - Centosettantasei anni di carcere. Tanti ne ha invocati oggi il pubblico ministero Guglielmo Cataldi, di fronte al gip Nicola Lariccia, nei confronti di quattordici dei diciannove imputati a vario titolo di far parte di un'associazione finalizzata alla commissione di vari reati, aggravati dal metodo mafioso: estorsioni, usura, ma anche gestione di bische clandestine, detenzione abusiva di armi da fuoco e munizionamento da guerra, traffico di stupefacenti, in particolare cocaina e hashish. Tutti soggetti che graviterebbero attorno alla figura del boss Salvatore Caramuscio, 43enne di Surbo, già condannato all'ergastolo per omicidio volontario e associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga.

Si tratta di tutti quei presunti sodali del gruppo che hanno chiesto e ottenuto, tramite i loro avvocati, di essere giudicati con il rito abbreviato, che garantisce lo sconto di un terzo della pena. E pesanti sono state le pene richieste: 18 anni per Giosuè Primiceri, 49enne di Trepuzzi; 18 anni per Gianluca Pepe, 42enne, di Lecce; 12 anni per Luca Spagnolo, 27enne di Lecce; 12 anni per Alessandro Ancora, 32enne, di Giorgilorio, frazione di Surbo; 12 per Vincenzo Caretto, 30enne di Trepuzzi; 12 per Leandro Luggeri, 32enne di Trepuzzi, nipote di Salvatore Caramuscio; 12 per Marco Malinconico, 25enne, di Lecce; 12 per Cosimo Miglietta, 26enne di Trepuzzi; 10 per Antonio Caramuscio, 38enne di Surbo, fratello di Salvatore; 10 per Gianni Dolce, 31enne di San Cesario, residente a Lizzanello, ma domiciliato a Surbo; 10 per Stefano Elia, 35enne di Torchiarolo (provincia di Brindisi); 9 per Riccardo Buscicchio, 40enne di Lecce; 9 per Stefano Ciurlia, 32enne, di Carmiano, ma residente a Lecce; 8 per Pietro Rampino, 58enne, di Trepuzzi. Altri quattro saranno processati con il rito ordinario. La moglie di Salvatore Caramuscio, Simona Sallustio, 41enne di Lecce; Giuseppe Perrone, 38enne di Trepuzzi; Salvatore Perrone, 44enne di Trepuzzi; Marcello Carmine Tarantino, 59enne di Sternatia.

Gli arresti furono eseguiti il 15 luglio dello scorso anno dalla squadra mobile di Lecce, dopo mesi d'intercettazioni e indagini. Lo spaccio di stupefacenti sarebbe stato l'asse portante delle attività criminose, ma non l'unico ramo d'interesse. Il gruppo avrebbe agito fra Lecce, Surbo, Squinzano e Trepuzzi, favoreggiando, almeno in principio, la latitanza di Salvatore Caramuscio, una volta ritornato in libertà per decorrenza dei termini (10 settembre del 2008, fu però poi ripreso dalla polizia l'8 marzo del 2009, a Cassano delle Murge, dove si era rifugiato) e ponendosi poi, secondo gli inquirenti, in linea di continuità diretta con la Scu per quanto riguarda altre questioni, dall'acquisizione della gestione o del controllo di attività economiche, fino al tentativo di ostacolare il libero esercizio del voto.

Caramuscio, già affiliato al clan storico di Filippo Cerfeda (quest'ultimo poi divenuto collaboratore di giustizia), una volta scarcerato, avrebbe ripreso le redini del sodalizio, stringendo anche nuove alleanze con vari gruppi e concordando la spartizione dei proventi derivanti dal traffico di droga e da altre attività, come le estorsioni. E la sua ricomparsa sulla scena avrebbe provocato un subbuglio nelle dinamiche consolidatesi nel tempo della sua assenza dalla scena, con contrasti con altri esponenti della criminalità locale.


Nel corso del tempo, a carico del presunto sodalizio, sono stati sequestrati diversi chili di sostanza stupefacente, parti di armi, munizioni, denaro e persino documenti falsi. Una menzione particolare merita poi il sistema di comunicazione fra alcuni dei membri. Durante le perquisizioni, la polizia ha trovato un codice di decrittazione dei numeri delle schede telefoniche di Caramuscio. Sarebbero state impiegate diverse sim-card, cambiate più volte per cercare di sviare gli investigatori. Schede intestate a persone terze, con un codice criptico per segnalare quale usare, di volta in volta, per la comunicazione.

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