Oliviero Bruno e uno dei figli restano in cella. Giro di spaccio, le indagini continuano

Il 64enne di Surbo, già condannato per associazione mafiosa, e Gianluca, 38enne, non lasciano il carcere. Libero il 28enne Matteo. Approfondimenti sui contatti e su un "misterioso" uomo fuggito durante il blitz

LECCE – L’arresto è stato convalidato per tutti e tre, padre e figli di Surbo, ma solo due restano in carcere: Oliviero e Gianluca Bruno, rispettivamente 64 e 38 anni. Il figlio minore, Matteo Bruno, 28 anni, è invece tornato in libertà. Il pubblico ministero Giorgia Villa aveva richiesto anche per lui un’ordinanza di custodia cautelare, ma il giudice per le indagini preliminari Sergio Tosi ha ritenuto molto più sfumata la sua posizione.

L’udienza di convalida s’è svolta oggi e sono stati ritenuti gravi e concordanti gli indizi di colpevolezza raccolti dai carabinieri della stazione di Surbo, nel corso delle indagini, a carico di Oliviero e Gianluca Bruno circa la detenzione ai fini di spaccio di un quantitativo non indifferente di sostanze stupefacenti, oltre 3 chilogrammi di marijuana. Il legale della famiglia, l’avvocato Carlo Martina, ha già preannunciato ricorso in sede di Riesame.

Il blitz e la fuga di un "misterioso" soggetto

BRUNO OLIVIERO CL. 1956-3Il blitz in casa della famiglia di Oliviero Bruno (nella foto), meglio noto come “Alfredo”, in passato ritenuto fra i nomi di spicco dello storico clan locale della Scu dei Vincenti, risale al 9 maggio. I militari surbini hanno fatto irruzione quel giorno accompagnati dal nucleo cinofili di Modugno per una perquisizione mirata. E il giudice ha ritenuto che l’attività di spaccio si possa dedurre da vari elementi. Per esempio, un pacco contenente “erba” è stato trovato in corrispondenza del sedile al lato del passeggero di un’auto intestata a un altro soggetto, parcheggiata davanti al cancello d’ingresso dei Bruno. Circostanza che ha fatto ritenere che fosse oggetto di una transazione, anche perché quel pacco è risultato identico per modalità e confezionamento ad altri due involucri che si trovavano all’ingresso di casa.

Fra l’altro, il nome di questa persona sarebbe presente nella rubrica di Whatsapp di Oliviero Bruno e fra i due sarebbero intercorsi messaggi. L’uomo, residente in un altro comune e quindi giunto appositamente a Surbo, si sarebbe dato alla fuga a piedi all’arrivo dei militari. Non solo. Vi sarebbero anche appunti scritti a mano e altri messaggi riconducibili, secondo gli investigatori, a precedenti attività di spaccio di Oliviero Bruno. Per esempio, dalle utenze telefoniche, risulterebbero una serie di contatti con un soggetto, noto come assuntore di stupefacenti, il quale avrebbe sollecitato più volte la consegna di “casse di vino”, frase ritenuta in codice per indicare ben altro.

Il figlio Gianluca: "La marijuana era solo mia"

BRUNO GIANLUCA CL. 1982-3Per il giudice, inoltre, sarebbe piuttosto evidente la compartecipazione del figlio Gianluca (nella foto) all’attività di spaccio, anche per via della sua reazione al momento dell’arrivo dei carabinieri: avrebbe tentato di ostacolarne l’ingresso, avvisando il padre ad alta voce dell’irruzione. Un’agitazione che l’avrebbe tradito in pieno, lasciando ben intuire la piena conoscenza dei traffici.

Alla fine, davanti al giudice, lo stesso Gianluca Bruno ha pure fatto un’ammissione: la marijuana trovata in casa sarebbe stata solo e soltanto sua, spiegando come intendesse venderla, di fatto “scagionando” il padre che, circa la già citata consegna di “vino”, a sua volta, ha spiegato come fosse effettivamente una compravendita di generi alimentari. Ma il gip Tosi ha ritenuto più attendibili gli elementi raccolti dai militari, anche perché non vi sarebbe alcun documento fiscale comprovante l’effettiva compravendita.

Matteo risponde solo della cocaina

Diversa, invece, la posizione del figlio minore, Matteo Bruno. Il 28enne, l’unico incensurato (il padre ha tredici condanne irrevocabili per vari reati, fra cui associazione mafiosa, il fratello una condanna definitiva per gestione di rifiuti non autorizzata, con sorveglianza speciale di tre anni), non è stato associato allo spaccio della marijuana. Nei suoi confronti, l’accusa riguardava il possesso di 8,42 grammi di cocaina, suddivisi in quindici dosi, che deteneva in camera propria e che ha sostenuto fossero per uso personale. Rimane comunque indagato per detenzione ai fini di spaccio, ma a piede libero.

Quanto agli accertamenti investigativi, sono ancora in corso. Al momento, non vi sarebbero ulteriori indagati, anche se appare scontato come la lente d'ingrandimento sia puntata su vari contatti del 64enne, in particolare su quell’uomo che avrebbe raggiunto Surbo, che se la sarebbe svignata, e che si sospetta fosse, quindi, in affari. È stato trovato un cellulare, in quell’auto, che rimanderebbe alla sua utenza e sul quale appare scontato che vi debbano essere approfondimenti. Per gli investigatori dell'Arma, di certo, dietro a tutto potrebbe esservi un giro di spaccio piuttosto florido, con connessioni e dimensioni tutte da stabilire.  

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