Giovedì, 5 Agosto 2021
Politica

Salvemini: “I meriti del rettore non valgono come scudo o immunità”

Il consigliere di Lecce Bene Comune interviene nel dibattito dopo la pubblicazione della lettera con cui Girogio Zavarise, delegato del rettore all’edilizia, annuncia il suo addio al Salento

Carlo Salvemini

 

LECCE – Carlo Salvemini, consigliere comunale di Lecce Bene Comune, interviene in risposta alla lettera pubblica del professor Giorgio Zavarise, delegato del rettore per l’edilizia e la manutenzione. Il docente ordinario ha manifestato il desiderio di tornare nel Nord Italia – lui è veneto -  perché avvilito dalla lotta di potere che starebbe dietro ad una presunta campagna di delegittimazione dell’operato di Domenico Laforgia e al discredito che si starebbe riversando in queste settimane sull’Università del Salento.

“Egregio professor Zavarise, ho letto la sua lettera aperta: uno sfogo amaro e dolente sull'incultura civica diffusa del Salento. Che prende spunto dalla violenti recenti polemiche che stanno investendo l'ateneo del quale lei è prestigioso docente”.

“Sono leccese di nascita, qui vivo e lavoro. E, come lei, soffro nel vedere le tante potenzialità umane di questa terra disperdersi all'inseguimento di particolarismi, egoismi, opportunismi. Scontiamo un storica incapacità di spirito appartenenza ad una comunità cui pure facciamo continuo riferimento per orgogliosa rivendicazione di un'identità territoriale costruita attorno a bellezze paesaggistiche, memorie architettoniche, tradizioni culturali. Alla quale spesso non si accompagna diffusa cultura delle istituzioni, rispetto delle regole, senso civico. Le nostre ricchezze individuali stentano a diventare un patrimonio collettivo”.

“Condivido in pieno, quindi, le premesse del suo ragionamento. Quello che non riesco a comprendere, tuttavia, è la conclusione cui lei giunge. Sostanzialmente riconosce nelle accuse che da settimane si stanno rivolgendo al rettore, alle sue scelte di governance universitaria, ai comportamenti di collaboratori di sua nomina diretta, la conferma di questo nostro limite culturale”.

“Non sono d'accordo. Leggo da cittadino attento quello che sta accadendo. Non mi sento di appartenere ad alcuna fazione o schieramento. Sono allergico a questo clima da stadio che, rispetto a qualunque contesa di merito sulla res publica, intende dividere i cittadini in tifosi. Non conosco dall'interno le dinamiche dell'organizzazione: faccio riferimento a quello che leggo. E non trovo nelle polemiche aspre, a volte violente, un attacco autolesionistico all'istituzione. Ma, al contrario, una difesa della sua funzione; giudicata, da alcuni, messa in discussione”.

“Sono insofferente all'idea che un confronto sui singoli provvedimenti, sulle singole scelte, sull'operato dei singoli equivalga ad una messa in discussione di un'organizzazione complessa, ad un generico discredito rivolto all'ateneo. Perché è proprio in quelle aule che si insegnano principi democratici come diritto di critica, libero arbitrio, responsabilità individuale. I quali non sono comprimibili in nome di sorta di solidarietà d'appartenenza. L'università è di tutti anche di chi non vi lavora o studia. Io non so perché lei consideri mostruoso e ignobile in  tutto questo. Le ripeto: non entro nel merito delle vicende. Intendo semplicemente difendere il valore del pubblico dibattito, anche quando esso si sposta dalla piazza alle aule di giustizia, come purtroppo è accaduto in questo caso”.

“Chi si lamenta che l'Università stia dando una pessima immagine di sé dovrebbe riflettere su quanto la stessa si impegna per parlare, e far parlare, bene di sé. Le regole della comunicazione, il rapporto che si intrattiene con i media, il dialogo con la comunità di cui si è parte non possono considerarsi luci intermittenti. Da tenere accese quando le cose vanno bene e da spegnere quando si è in difficoltà. Anche questo significa essere parte di un territorio e non un corpo estraneo”.

“Lei difende i meriti acquisti dal rettore in questi anni. Sacrosanto. Ma non può non capire che essi non possono valere come scudo o immunità quando si è chiamati a rendere conto del proprio operato da chi invece è interessato ad sottolineare e chiedere conto di eventuali demeriti. Nel censurare il modo d'essere di noi salentini lei inconsapevolmente manifesta un limite culturale tipicamente italiano: quello di non accettare sino in fondo le regole dell"accountability, che chiamano le organizzazioni e chi è chiamato a rappresentarle a giustificare pubblicamente i propri comportamenti”.

“In questi anni troppe volte, per situazioni ben più gravi e complicate, come italiani abbiamo ascoltate parole che evocavano complotti, trame,boicottaggi. E dietro le quali ci si nascondeva per evitare di rispondere, spiegare, argomentare, chiarire.  Evitiamo che questo "virus" entri nel corpo sano delle nostre istituzioni deputate a istruire, formare, educare la nostra meglio gioventù.  Con cordialità”.

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