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“Salviamo gli ulivi del Salento” prende le distanze dal film “Il tempo dei giganti”

Il movimento compare nel lavoro di Davide Barletti e Lorenzo Conte, ma si dissocia dall'operazione narrativa

Nota- Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di LeccePrima

LECCE - È estate e il film “Il tempo dei giganti”, con la regia di Davide Barletti e Lorenzo Conte e prodotto da Dinamo Film, torna in programmazione nel territorio salentino. Si fa dunque necessaria una nostra comunicazione pubblica al riguardo per esprimere la nostra presa di distanza dal film, in cui il gruppo “Salviamo gli ulivi del Salento” compare come tassello di cronaca sugli incendi rurali che attanagliano il territorio salentino, ad oggi per la quarta estate consecutiva. 

Questa partecipazione ci ha messi nella condizione, nei mesi appena trascorsi, di essere associati all’operazione narrativa del film e alle sue tesi, che trovano numerose corrispondenze nella letteratura giornalistica pubblicata a precedere e a seguire sullo stesso tema (Martella, Rielli, Liberti). Ebbene, pubblichiamo questo comunicato per eliminare ogni possibilità di ulteriore equivoco al riguardo, offrendo qualche doverosa argomentazione a chi ci segue, alle 40mila firme che hanno sostenuto la nostra campagna di sensibilizzazione sull'emergenza agro-ambientale salentina su change.org e alle 61 associazioni firmatarie del faticoso documento programmatico che ne è seguito, che contiene proposte di rigenerazione agro-ambientale per un dialogo istituzionale.

Abbiamo visto il film per la prima volta in apertura del Festival del Cinema Europeo a Lecce a fine 2022, in sala come tutti e senza anteprime private (ad oggi, la copia del film in distribuzione è quella che è stata ampiamente ripulita dalle sue espressioni più infelici in seguito alle nostre immediate rimostranze e di altri protagonisti del film: non troverete più allusioni esplicite a “santoni”, “isterie collettive” e altre frasi simili usate per denigrare  chi si è espresso in modo critico nei confronti della gestione dell’emergenza Xylella). 

Abbiamo preso atto di trovarci di fronte a un’opera la cui tesi giunge parecchio in ritardo rispetto allo svolgersi di un’emergenza (che dopo dieci anni non può più fisiologicamente definirsi tale) e si sintetizza nell’estrema semplificazione di un tema complesso. La crisi epocale della ruralità e della salute ambientale che vive da decenni il territorio salentino (la “questione rurale”, come la chiamammo a suo tempo) è ridotta al microscopio di un fenomeno batterico, pur con tutte le conseguenti crisi di comparto e di paesaggio. Eppure il team di uomini di scienze, comprese quelle umanistiche, coinvolti nella narrazione ci sarebbe anche nel film, se non altro per varietà di rappresentanza di ambiti di conoscenze e competenza. Peccato che sia prevalentemente chiamato a fare romanzo di colpe di una complessa vicenda scientifica, umana, culturale, economica, politica e sociale, che ancora oggi vive la mancanza di un approccio onesto e maturo da parte di tutta la società civile, in cui ognuno dovrebbe assumersi la propria responsabilità.

Ancora nel 2023 il contributo al dibattito salentino sul gravissimo tema del disseccamento degli ulivi resta ancorato alla polarizzazione tra chi si è opposto alle eradicazioni, chiedendo che gli ulivi potessero essere curati e chi le eradicazioni le sosteneva e tuttora sostiene febbrilmente. Irresponsabili ambientalisti stigmatizzati come “santoni” da un lato e scienziati commiserati dall’altro, inibiti a fare il proprio dovere salvifico da una generica “Politica” un po’ bloccata dalla magistratura e un po’ anche indecisa e incapace di gestire adeguatamente l’emergenza. Una trama che si snoda sullo sfondo di uno scenario narrativo melò, con una sorta di lirica funebre di ulivi, olivicoltori e paesaggio, come nei migliori copioni dell’Opera lirica sospesa tra ineluttabilità e mesta rassegnazione al fato. Con, attori principali, gli olivicoltori anziani, increduli e testardi di fronte alla modernità distopica raccontatagli dai figli (che nel film passa come “la realtà”) e una non ben precisata popolazione di proprietari terrieri sullo sfondo, anche questi commiserati, ma nella scelta (!) di dar fuoco agli ulivi per liberarsi dall’ingombro del cadavere (senza fare troppa attenzione ad avallare un comportamento giuridicamente criminale). 

Nessuna completezza di analisi o contributo di nuovi dati al fenomeno (come forse ci si attenderebbe da un film “documentario”), assente lo sguardo sulla variegata attualità rurale del territorio salentino, nessuna visione in prospettiva o analisi inclusiva di quella fitta e articolata attività di rigenerazione agroambientale in atto da anni, compresa la cura degli stessi alberi di ulivo. Negata la presenza dei numerosi protagonisti della rinascita, del ripensamento rurale, delle nuove pratiche agricole rigenerative, delle attività di campo ma anche di informazione e comunicazione messe in piedi ormai da tempo per fare nuova economia, rete, ricostruzione e visione di un futuro agricolo, rurale e paesaggistico integrato, per ripensare l’arretratezza agricola salentina e superare la crisi della fitopatia.  Per andare avanti. 

Noi “Salviamo gli ulivi del Salento”, che siamo un movimento ecologista e di coscienza, vocato allo studio, alla connessione tra i saperi, alla ricerca e alla conoscenza, ci chiediamo come si faccia, in coscienza, ad essere pubblicamente così approssimativi e a perpetrare un torto narrativo e di postura così grave nei confronti della propria terra. Tanto più in un momento storico che avrebbe  bisogno di svecchiare questa consunzione culturale del territorio che porta a chiudere, colpevolizzare, polarizzare nel conflitto anziché attivare a tutti i livelli gli anticorpi della crisi, sul campo e anche dentro al pensiero e alla visione, che insieme fanno il patrimonio culturale dell’esperienza collettiva e l’evoluzione di una società civile. 

Ci sentiamo inoltre a disagio perché in una narrazione filmica non è corretto accusare, citare impropriamente o alludere a persone che non possono replicare o difendersi proprio in virtù del perimetro chiuso di un’opera edita e conclusa. Persone, giornalisti, operatori, voci della società civile rei di pronunciarsi personalmente su un tema che, invece, è patrimonio collettivo, sono accusati di sentimentalismo antiscientista da giornalisti e sociologi del film che “scienziati" o specialisti non sono neanche loro, chiamati a raccolta intorno a un sentimento di livore incomprensibile. E poi ci sarebbe da chiedersi come si possa ringraziare nei titoli di coda qualcuno che non c’è più, come Luigi Russo, giornalista d’inchiesta morto qualche anno fa, che del tema si è occupato eccome, ma di cui nel film non compare traccia. O Marilù Mastrogiovanni, anche lei giornalista d’inchiesta che ha scritto approfonditamente sul tema, a quanto pare ripetutamente contattata dagli autori e però mai intervistata e ascoltata. O Ivano Gioffreda, rappresentante di quei tanti contadini che vivono e operano sul campo e con approccio integrato hanno sperimentato cure degli ulivi con buoni risultati come alternativa all’eradicazione (anche di lui, nel film, non c’è traccia). 

Volendo sintetizzare in modo estremo la questione è che la realtà non è una nostra proprietà e non possiamo farne ciò che vogliamo, soprattutto in ambito di comunicazione pubblica. Dietro allusioni, citazioni e nomi propri di persona ci sono vissuti, storie, vite che abbiamo il dovere di ascoltare e di rispettare per il loro valore intrinseco. Dopo dieci anni di emergenza riteniamo che il teatrino delle colpe sia scaduto e stantio. Crediamo che il Salento non abbia bisogno di narrazioni melodrammatiche o compianti sul Cristo morto, ma di una critica riattivazione della consapevolezza personale e collettiva su quel bene pubblico che è la terra, fonte di sostentamento e autosufficienza alimentare, condizione per la garanzia delle forme di vita. Anche perché, da come enuncia la foto a corredo dell’articolo, nonostante i numerosi cadaveri lasciati a morire dall’uomo sul campo invece di curarsene, forse quel Cristo non è affatto e ovunque morto, ma ancora vive e lotta insieme a noi. 

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